GoodMorning: Quando sono nati i Vintage? Ivan: I Vintage sono nati nel 2001. Sono l’evoluzione di un gruppo formatosi precedentemente, che si chiamava Point Break.Francesco: All’inizio c’erano solo la chitarra e la batteria, poi si sono aggiunti gli altri elementi. Il basso, l’altra chitarra, la tastiera.GoodMorning: Il nome Vintage da dove nasce?Ivan: Eravamo andati a fare un’apparizione nella televisione locale Teleobiettivo. Già reduci da diverse serate, tra cui una alla festa dell’unità, usavamo il nome inglesizzato Point Break, ovvero Punto di rottura. Un nome che però non ci piaceva. Allora, guardandoci intorno, siamo stati attirati dalla maglietta di un nostro amico (Luca Domina), membro di quella prima formazione, portante la scritta “Vintage”. Reputandola adatta a noi, ce ne siamo per così dire impossessati. Ciò sta a significare che dietro la scelta non si cela alcun significato particolare. Goodmorning: Qual è la differenza tra il primo disco, “Il Meridiano del tempo” e l’ultimo “Visione diurna”? Ivan: Visione diurna è l’identità del sound dei Vintage. È la vera idea della nostra concezione musicale. In Meridiano del Tempo eravamo in una fase in cui si sentiva molto l’influenza di svariati musicisti, soprattutto i Pink Floyd, i Dire Straits, Clapton, Hendrix, il rock anni ’70 e poi naturalmente artisti italiani di rilievo come De Gregori. GoodMorning: Quanto tempo è trascorso dall’uno all’altro? Ivan&Francesco: Due anni, sono passati due anni tra Il Meridiano del Tempo e Visione Diurna. Tempo nel corso del quale è andato cambiando il nostro modo di approcciarci alla musica. GoodMorning: Quanto vi siete evoluti di preciso? Ivan&Francesco: La musica è diventata più moderna, i suoni si sono avvicinati ad un rock contemporaneo, le chitarre si sono incattivite maggiormente. Ha avuto anche importanza l’esperienza passata in studio col primo disco perché la seconda volta siamo entrati in sala con le idee chiare su ciò che dovevamo fare. In sostanza abbiamo focalizzato meglio l’attenzione sulle parti principali del progetto. GoodMorning: Perché il titolo Visione Diurna? Ivan&Francesco: Il titolo del primo album, Meridiano del Tempo, racchiudeva in sé tutto il significato del disco. Con Visione Diurna abbiamo incentrato il lavoro sul pezzo omonimo, quello maggiormente particolare e che resta più facilmente nelle teste delle persone. Senza contare l’importanza della tematica trattata in esso: il razzismo. Possiamo dire che è il manifesto del gruppo, quello che dà allo spettatore l’input per riflettere sul brano singolo, spostando poco dopo l’attenzione sulla globalità del progetto messo in campo. GoodMorning: Come avviene il processo di composizione delle canzoni? Ivan: Il primo lavoro è stato collettivo. Si entrava in sala e si provava, anche molto a lungo prima di registrare. Francesco: Il Meridiano del Tempo ha avuto una gestazione molto lunga, l’abbiamo suonato parecchio prima d’inciderlo. La registrazione dei pezzi è stata la conclusione di un’evoluzione lunga un paio d’anni. Conclusione da ritenersi sempre relativa, perché ora rimettendo mano ai brani da suonare dal vivo li abbiamo stravolti nuovamente. GoodMorning: Da dove traete l’ispirazione per i vostri pezzi? Ivan: Generalmente tendiamo a esporre problematiche che emergono nel quotidiano attraverso i media. Dunque parliamo di questioni importanti, come appunto il razzismo in Visione Diurna ma lo facciamo in modo diverso. In questo brano, ad esempio, mostriamo l’odio sotto varie forme. Un odio spesse volte scaturito da problemi sociali e politici. Non diamo, però, soluzioni. Offrire una ricetta per migliorare il mondo è, dal nostro punto di vista, un’utopia. Qualcosa di difficilmente concretizzabile nel testo di una canzone. GoodMorning: Qual è il pezzo che ritenete sia più rappresentativo? Ivan: Per quanto mi riguarda è Visioni Diurne. Ma naturalmente ognuno di noi ha un’opinione personale su quale sia il pezzo più rappresentativo del gruppo.Francesco: È difficile sceglierne uno in particolare. Direi però che del primo album è Sole d’ottobre parte I, mentre del secondo è Visioni Diurne. GoodMorning: Di cosa parla Scacco al re nero? Ivan: Scacco al re nero nacque in seguito ad una notizia riguardante un attentato in Palestina. Stavamo vivendo un momento particolare, tanta gente in relazione al terrorismo prendeva posizioni più o meno nette, più o meno sbagliate. Così abbiamo sentito la necessità di criticare simili fatti, veri paradossi esistenziali. GoodMorning: E Favola? Ivan: Favola ricordo venne fuori quando eravamo ancora con la formazione originaria dei Vintage. In essa affrontiamo la tematica del peso sociale ed economico che gli Stati Uniti hanno in Europa e di quanto essi riescano a condizionare determinate situazioni. GoodMorning: In Visioni Diurne citate spesso i termini “strani frutti”. Hanno un significato particolare? Ivan: “Strani frutti” si lega alla storia di una nota cantante degli anni ’30, Billie Holiday che in una sua canzone “Strange Fruit” parlava dei bambini impiccati ai rami degli alberi dai componenti del Ku kus Klan. GoodMorning: Come definireste il vostro sound? Francesco: Alla base della nostra musica c’è sicuramente il rock. In aggiunta ad esso, ognuno di noi ha riversato nei vari pezzi il suo intero back ground musicale. Ad esempio il tastierista che avevamo prima era un appassionato di elettronica e questa tendenza si è andata ad inglobare al nostro sound. GoodMorning: Il primo cd sembra più ricercato nel linguaggio musicale, mentre il secondo sembra più emozionale. È veramente così o è stata solamente una nostra impressione? Ivan: Sicuramente il primo cd è più introspettivo del secondo. Visione Diurna necessitava di una certa incisività, dovevamo essere abbastanza duri. GoodMorning: Componete prima il testo e poi la musica, oppure nascono insieme? Francesco: Ivan arriva in sala con un’idea e da lì inizia l’elaborazione ma di solito nasce prima la musica e poi le parole. GoodMorning: Latina la considerate un banco di prova buono per fare musica? Ivan: Latina è tosta. Fare arte a Latina è difficile per tutti perché purtroppo è una città che offre veramente poco.Francesco: Il problema è sia a livello di spazi che di persone. Ma è soprattutto il pubblico ad essere difficile. Non è semplice riuscire a coinvolgerlo. La gente lavora tutta la settimana e al venerdì e al sabato vuole evasione, non è disposta ad impegnarsi in progetti complessi da capire. Vuole cose semplici ed immediate. GoodMorning: A proposito delle iniziative da voi attivate, cos’è Carni Alternative? Ivan: Carni Alternative è un appuntamento bimestrale fatto presso il pub La Lucciola al lido di Latina, dove tre gruppi attinenti dal punto di vista del genere musicale suonato, si esibiscono con pezzi rigorosamente inediti. Scopo di questa rassegna è dare visibilità ai partecipanti. Al termine di ogni singola esibizione viene realizzata una piccola intervista ai membri delle varie formazioni. In questo modo si cerca di rendere cosciente la città che loro esistono. Goodmorning: Cos’è la musica per voi? Ivan: La musica per me è tutto. È la mia vita. È il mio lavoro, la mia passione, la mia fonte di sostentamento. Io sono nato, vivo, cresco con la musica e sicuramente morirò con essa.Francesco: È vero è una grande passione la musica. Una passione che ti accompagna in qualsiasi momento della giornata. Non saprei immaginare una vita senza essa. GoodMorning: Il vostro sito? Ivan&Francesco: On line abbiamo: www.myspace.com/vintageonweb e il sito ufficiale www.vintagenet.net, i numeri di telefono e le nostre e-mail sono al suo interno. Inoltre dal sito è possibile scaricare gratuitamente i pezzi. Il nuovo disco c’è intero, mentre del primo ci sono solo alcuni brani.
Membri del gruppo: bassista – Marco Guerra / tastiere - Daniele Arcolin / chitarra e voce – Francesco Conte / Chitarre e Voce solista Pretto Ivan. Le foto sono state scattate in occasione di Carni Alternative.
Nato a Cagliari nel 1960, Bruno Olivieri, dimostra fin dalla giovane età un innato talento per l’arte del disegno, raggiungendo la sessione finale nel prestigioso concorso di fumetto a Prato “Premio Pierlambicchi per Giovani Autori ‘93”. Nel 1995 collabora con il disegnatore della Walt Disney Italia Silvio Camboni per l’inchiostrazione di alcune tavole di “Topolino” e per la colorazione di alcuni albi cartonati editi nel mercato francese.Da allora il suo talento cresce, si affina, emerge portandolo alla realizzazione di progetti tra i quali spicca quello del 1998 in cui crea i testi e i disegni del fumetto storico “Die de a Sardigna” pubblicato da Janus. Nel 2000 è scelto come colorista e disegnatore per la testata Monster Allergy, successo della Walt Disney.Mai stanco, prolifico ed eclettico, approda anche nel web, assumendo il ruolo di redattore del sito di cultura fumettistica Ultrazine (www.ultrazine.org).Dal 2007 è illustratore per la rivista a fumetti “Linus” (Baldini, Castoldi, Dalai editore).Con Silvio Camboni e Serena Demontis, è autore e produttore di alcune trasmissioni radiofoniche e televisive per le emittenti Radiolina e Videolina.
Le notizie e le immagini a corredo di questo articolo e della successiva intervista, sono state tratte dal sito dell’autore: www.brunoolivieri.com e sono di sua esclusiva proprietà.
Goodmorning: Quando ha capito che il suo futuro sarebbe stato quello di disegnatore e autore di storie a fumetti?Bruno Olivieri: Maturando la consapevolezza della mia inclinazione per il disegno, con l'età scolare scoprii che proprio tramite i disegni si possono anche raccontare delle storie. Man mano che imparavo a leggere, riuscivo ad apprezzare sempre più le storie dei fumetti che mi capitavano a tiro e che trovavo particolarmente appassionanti, sollecitando la mia fantasia. Forse sono state proprio le letture di quel periodo a far nascere in me la convinzione che questo sarebbe stato il mio futuro.GM: Qual è stato il suo percorso formativo?B.O.: Riallacciandomi al discorso delle letture della mia infanzia, credo di avere avuto la fortuna di essere cresciuto, fumettisticamente parlando, cullandomi tra le pagine di albi come: Asterix, Gaston La Gaffe, Il Corriere dei Piccoli, Il Giornalino e, successivamente Il Corriere dei Ragazzi (poi Corrier Boy), solo per citarne alcuni, fino alle prime pubblicazioni negli anni '70 dei super eroi Marvel, edite dalla Corno.Inutile sottolineare il fascino derivato dalle storie dei fumetti di autori come Pratt, Toppi, Tacconi, Jacovitti, De Luca, Hermann, Franquin, Uderzo. Penso che questo bagaglio culturale, mi abbia in qualche modo immunizzato dal successivo avvento dei Manga per i quali, pur non demonizzandoli a priori, non nutro particolare apprezzamento.Successivamente, decisi di coltivare la mia inclinazione per le arti grafiche, iscrivendomi al Liceo Artistico della mia città, dove non ho mai perso di vista la mia passione per il fumetto, ben assecondato dai miei professori.GM: La sua prima storia a fumetti. Ce la racconti e descriva brevemente. B.O: Se la memoria non mi inganna, la mia prima striscia a fumetti pubblicata risale ai tempi in cui avevo 14 anni. Fu una striscia chiamata “Dipteros” nella quale i personaggi principali erano mosche e zanzare e trovò posto tra le pagine di un quotidiano locale, in una rubrica dedicata al tempo libero. Era più o meno il 1974.GM: Tra le sue produzioni Oberdan Nadrebo ha riscosso molto successo. Da dove le è derivata l’ispirazione per una storia così originale? Oberdan, il piccolo protagonista, ha qualcosa di lei? Rappresenta qualche lato di se stesso nel corso dell’età infantile?B.O: Le storie di Oberdan, sono incentrate su un gioco di fantasia dei protagonisti. Ogni storia, alla fine si rivela essere frutto della fantasia del piccolo Oberdan che gioca a fare il detective in stile Marlowe. Non si sa da dove tragga spunto il precoce bambino, ma dato che il noire poco si addice a quelli della sua età, è molto più probabile che queste siano elucubrazioni della mia mente, piuttosto che della sua!Scherzi a parte, in effetti Oberdan Nadrebo rispecchia in pieno il mio lato infantile che, nonostante l'età, stenta a scomparire e spesso prevale.GM: La sua attività si dispiega tra fumetti, comic strip e illustrazioni. Cosa le dà maggiori soddisfazioni? Ha una preferenza per una di queste espressioni artistiche? E quale tra esse la rispecchia maggiormente?B.O: Aggiungerei anche la satira, anche se in effetti è l'attività meno presente tra quelle che espongo nel web, pur pubblicando con continuità soprattutto nei quotidiani locali. E' difficile dire da quale attività traggo maggiore soddisfazione, a volte mentre mi sto occupando di fumetto, vorrei essere impegnato con l'illustrazione o con le altre attività e viceversa. In genere amo tutte le cose che faccio più o meno allo stesso modo, non dimenticando che oltre a questo, sono anche impegnato come autore televisivo e radiofonico ed essendo giornalista pubblicista, non disdegno le varie collaborazioni in questo senso. Ecco, è proprio questo che mi rispecchia maggiormente: il caos totale!GM: Ci parli di Teachers & co. Come è nata l’idea di questa striscia? B.O: Tra le varie attività che ho elencato nella risposta precedente, ho dimenticato anche quella di insegnante. Ho insegnato informatica, grafica, illustrazione del testo, fumetto a ragazzi di tutte le età, nel corso dei vari progetti extracurricolari nei Circoli Didattici, su iniziativa del Ministero della Pubblica Istruzione e presso Enti Pubblici per il recupero del credito formativo. Ho voluto mettere a frutto questa esperienza, dedicando una strip al mondo della scuola, visto dalla parte degli insegnanti. Il progetto per il momento è in stand by, un po' per impegni concomitanti ma anche perché le cronache di attualità, riportano ahimè notizie di continui cambiamenti ed evoluzioni nel mondo della scuola e questo richiede da parte mia un po' di tempo per riflettere e rivedere alcuni aspetti narrativi della striscia.GM: Lei si occupa anche della colorazione. A tal proposito quale tecnica utilizza?B.O: Attualmente uso la colorazione digitale, perché mi viene richiesta dagli editori con i quali collaboro. Comunque mi avvalgo del computer sempre più spesso, almeno per quanto riguarda i fumetti e le vignette. La colorazione tradizionale, l'ho ormai relegata ad alcune illustrazioni a tempera e ai quadri ad olio che dipingo, anche se purtroppo sempre più di rado. GM: Ci descriva i punti salienti dei passaggi necessari alla creazione di una tavola a fumetti. B.O: Beh, potrei descrivere i passi tradizionali che partono da un soggetto che, prima di arrivare al disegnatore (nel caso non sia la stessa persona) diventa sceneggiatura.Il disegnatore, sulla base della sceneggiatura, imposta la tavola a matita dapprima a livello di bozza, poi sempre più dettagliatamente per prepararla all'inchiostrazione definitiva. La tavola inchiostrata, a meno che non debba essere colorata, successivamente deve essere completata dal “lettering” prima di essere impaginata per la stampa definitiva.Molto spesso non è sempre la stessa persona che si occupa di tutti questi passaggi e, nelle produzioni più impegnative, c'è sempre un nutrito staff qualificato che serve a completare l'opera.GM: Quando disegna ha “riti” particolari? Ad esempio musica di sottofondo, luci speciali, silenzio assoluto…B.O: Ascolto molto spesso musica. In genere classica e blues, ma non disdegno anche altri generi. Ultimamente ho lavorato col sottofondo musicale del Trovatore di Verdi, fino ad imparare le parole delle arie più famose. Non di rado, amo lavorare col televisore acceso del quale mi accontento di ascoltare solo l'audio, per ovvi motivi. Fino a poco tempo fa, di questo rito faceva parte anche la compagnia del buon vecchio Hulk il mio labrador nero che per quattordici anni è stato testimone delle mie fatiche. Da qualche mese non c'è più e devo dire che mi manca molto.GM: Abbiamo notato che è molto attivo in internet. Dal suo punto di vista utilizzare questo innovativo mezzo di comunicazione può aiutare e semplificare la fruizione delle opere a fumetti? B.O: La rete può dare molto in termini di visibilità ed è molto utile per veicolare le tue iniziative. Io la uso spesso e con buoni frutti. Ma nonostante ciò, per me il fumetto rimane sempre quell'oggetto stampato su supporto cartaceo, rilegato dal classico formato che ti porti appresso e che leggi dovunque. Tutte le altre forme telematiche per diffonderlo, pur sempre rispettabili, rimangono comunque estranee a questo concetto. Ho molta difficoltà a leggere tavole e tavole di una storia a fumetti, dal monitor del mio computer. Malgrado gli sforzi, proprio mi viene difficile.GM: Quanto è difficile arrivare all’affermazione nel mondo dei disegnatori? Cosa consiglia ai giovani che hanno deciso di intraprendere tale strada?B.O: In genere non amo dare consigli. I consigli in questo campo sono la cosa più soggettiva che ci possa essere, infatti, ciò che può aver funzionato per me è possibile che non possa andare bene per altri e viceversa. Rischierei di essere banale se dicessi a tutti coloro che vorrebbero intraprendere questa professione, di avere una buona dose di perseveranza, umiltà, esercitarsi molto, allargare le vedute e dotarsi di una buona cultura, leggere molto e guardare molti films e, alla fine l'ho detto... e probabilmente, sono riuscito ad essere banale!In passato ho fatto un’infinità di mestieri, prima di pensare se fosse il caso o meno di chiedermi se questa possa essere la mia professione e, credetemi, me lo sto ancora chiedendo.GM: Un’ultima domanda. Cosa le dà il disegno?B.O: Tutto. E spero che possa darmi ancora molto altro!
Musica. Poesia. Pensiero. Questi sono i tre elementi che vanno a comporre la forma mentis di Gabriele Graziani, meglio conosciuto come Chiazzetta. Giovane artista latinense inizia il suo cammino nel 1999, quando cavalcando l’onda di una “rivoluzione silenziosa” fedele al credo del «dover fare qualcosa di nuovo e di completamente diverso dal conosciuto», inforca la chitarra e suona. Suona, per iniziare, in una manifestazione tenutasi allo stadio comunale, canzoni volgari e blasfeme da far letteralmente piombare addosso agli organizzatori una bella denuncia. Il riscontro di pubblico ottenuto, lo convince delle proprie potenzialità. Nascono così i Nonostante che, figli dell’ansia di ribellione tardo adolescenziale, sciolti nel 2001 per la stanchezza del leader determinato a salire un gradino più su nella creazione di melodie: quello del cantautore, in grado di spaziare tra le tematiche più varie. Restare ancorato ad una sola problematica significava precludersi la possibilità di raggiungere un bacino di utenti più ampio, oltre ad avere l’oggettivo bisogno di dar voce ai pensieri più intimi. L’incontro con un chitarrista di talento lo porta ad intraprendere un nuovo progetto: i Nemo Chiazzetta. Il gruppo si esibisce in diverse località laziali, approdando anche a Cori, dove di fronte a trecento sconosciuti, il cantante rinsalda l’amore per questo mestiere. Nel 2002 la band si “dissolve” ancora una volta per problemi. Ed è a questo punto che il nostro sceglie di imporsi nel panorama laziale e nazionale come solista, anche grazie alla fortunata conoscenza di Roberto Cola, produttore artistico / arrangiatore / bassista / tastierista che individua nel giovane, quel plus valore indispensabile per raggiungere grandi risultati. Insieme lavorano intensamente arrivando nel 2005 ad esibirsi a Faenza, per intercessione di Francesco Gazzè (fratello di Max Gazzè e coautore dei brani di quest’ultimo), al meeting delle etichette indipendenti. Da lì il passo è breve per la nascita dell’album di lancio, “Almeno la metà”, frutto dell’esperienza live e studio degli ultimi tre anni. Se volete visitare i suoi siti questi sono gli indirizzi: www.chiazzetta.it / www.myspace.com/chiazzettaelasuaband.
Foto di Bubuchiahttp://www.flickr.com/photos/bubuchia
GoodMorning: Quando hai capito di voler intraprendere la carriera musicale? Chiazzetta: Musicale nello specifico quando, grazie agli insegnamenti di mio zio, ho imparato a suonare con la chitarra due o tre accordi e da lì ho capito che quella era la base fondamentale per creare tutte le canzoni. Alla fine del liceo mi resi conto di non nutrire interesse per nessun altra cosa oltre alla musica. Non c’era niente che mi tirasse quanto esibirmi ai concerti, stare sul palco, cantare. Avevo circa 19 anni. Ma la consapevolezza vera e propria, la determinazione di lavorare seriamente in questo campo l’ho acquisita soltanto da tre anni. Prima pensavo e scrivevo tanto, ma senza finalizzare in progetti concreti queste creazioni.G.M : Il primo passo verso la realizzazione dell’EP è stato il meeting a Faenza. Raccontaci.C.:La partecipazione a questo evento per le etichette indipendenti ha rappresentato il primo vero test, in quanto mi sono venuto a trovare, con Roberto Cola, in una situazione totalmente diversa da quella di suonare in un pub, di fronte ai propri amici. Là, il pubblico, era composto da gente che masticava musica dalla mattina alla sera, per cui ricevendo da parte di questi il gradimento, abbiamo compreso di potercela realmente fare. Da lì ci siamo chiusi in studio realizzando il CD. Anche se in verità è più corretto definirlo un mezzo CD. Anche il titolo lo suggerisce: “Almeno la metà”.G.M. : Cosa intendi per –mezzo cd-?C.: In sostanza non avendo i soldi per fare un CD intero abbiamo realizzato un EP (estanding player ?). Di solito album del genere hanno cinque pezzi. Il mio ne ha otto. Per cui, forse, per essere più precisi, dovrebbe essere considerato come un singolo con più brani. Fondamentalmente è un CD da lancio, autoprodotto, supportato da Gazzè. Serve per far sapere alla gente e soprattutto alle case discografiche che ci siamo. G.M. : E qual è il brano portante dell’album?C. : La prima traccia: “Quel po’ di logica”. E’ un pezzo scritto in un momento particolarmente buio e triste della mia esistenza che per il processo di elaborazione, tipico delle mie opere, è stato adattato su una musica allegra.G.M. : Chi è Chiazzetta? C. : Chiazzetta non è da intendersi come uno pseudonimo. È un personaggio interpretato nel momento in cui salgo sul palco e che per questo sa di essere costruito. In possesso di una suapoetica e di un suo cervello. Può essere considerato una sorta di alter ego. Sullo stesso CD non compare il mio nome, Gabriele Graziani, ma solamente Chiazzetta.G.M. : Perché questa scelta?C. : L’ho fatta fondamentalmente per due motivi: uno perché è “fico”. Due perché avendo confuso nel passato la vita reale con quella immaginaria, ho pensato fosse “meglio” creare questa demarcazione tra me e il personaggio. Sono una persona per molti aspetti inadeguata, che tenta costantemente di migliorarsi. Voglio vivere quanto faccio come un lavoro e non come un’occasione per fare festa di continuo. Chiazzetta è il frutto di tutto questo e in realtà, lui, è fiero di essere un inetto, tanto da cantare una canzone nella quale sostiene, accompagnato da una musica allegra, il desiderio di ammazzarsi, preda della depressione. Per questa sua natura è bene specificarne la paradossalità e la finzione, perché vorrei proprio evitare, se raggiungo il successo, di portare la gente ad emulare le sue azioni. G.M. : Quindi Chiazzetta cos’è? Una forma di autoironia?C. : Se devo definirlo in maniera intellettuale è una sublimazione di certe parti negative di me. Ma è anche una comunità di persone così. Ad esso poi si accompagna un’altra figura emblematica, quella di Chiattezza. G.M. : Chiattezza?C. : Esatto. Chiattezza è il lato oscuro di Chiazzetta. Quello istintivo e bigotto. Praticamente una forma di equilibrio e di controllo. G.M. : Il nome Chiazzetta da dove deriva? C. : Tutto parte da un concetto ben conosciuto. Quello dell’emarginazione pura. Del ragazzo costantemente deriso dagli altri e messo da parte. Lo stesso capace, ad un certo punto, di ribellarsi mandando tutti a quel paese e scegliendo deliberatamente di chiamarsi con il nomignolo affibbiatogli dai coetanei: Chiazzetta. G.M. :Le tue canzoni come nascono?C. : Ho diversi processi creativi. Il primo è abbastanza semplice. Mi viene in mente una musichetta ad esempio mentre sto dormendo o quando sono sveglio o in giro e la registro. Il testo lo scrivo in seguito, senza stressarmi troppo. L’importante è sapere di averla e di poterla utilizzare. In altre occasioni, invece, sento dal cuore di dover dire alcune cose, di avere la necessità di esprimere quello che ho dentro. In questo caso mi sforzo di realizzare una musica più studiata, maggiormente pensata e che di conseguenza richiede un tempo di elaborazione più lungo. La terza situazione consiste nell’unione delle precedenti opzioni, ovvero creo testo e musica contemporaneamente. Ma accade di rado.G.M. : Qual è il genere musicale che suoni?C. : L’ho definito magma – pop – punk. Partiamo dal punk. Tale genere ha conosciuto due filoni: quello inglese da una parte e quello californiano dall’altra. Nel primo caso era la forma di ribellione del sottoproletariato urbano in Inghilterra, legato ad un preciso momento storico, a un sistema di pensiero e ad una rivoluzione. In California assume connotazioni diverse. Era infatti la musica suonata da quelli che indossavano i giubbotti di pelle, cantando i pezzi dei Beach Boys distorti. Quando ho iniziato a muovere i passi in questo mondo, non ho badato a tale dicotomia. Per cui i due aspetti si sono mescolati l’uno nell’altro. Attualmente dicono che il punk, quello vero, è morto. Personalmente concordo con una tale affermazione, ma vi aggiungo che può sempre rinascere. L’importante è riadattarlo al momento storico che si vive, alla propria realtà sociale, evitando di fare un mero copia e incolla. La definizione di pop è legata all’essere orecchiabile e popolare. Quella di magma al fatto di presentarsi come un miscuglio di tante cose. Un miscuglio di generi relativo a ciò che voglio trasmettere.G.M. : Latina è una città giovane. Ti ha e ti sta aiutando nel tuo cammino nel mondo della musica. Cosa ti ha dato?C. : In primis mi ha dato tante cose di cui ribellarmi. Quindi in questo senso ha aiutato il filone più punk. A livello di strutture non offre niente, ma è comunque un ottimo banco prova per misurarsi con le proprie possibilità. Questo avviene perché essendo un paese, convinto del suo status di città, ti porta a confrontarti, una volta salito sul palco, non con le piccole realtà locali, ma con i grandi artisti nazionali, ovvero con chi è già famoso. Risvolto assolutamente positivo, perché funzionare a Latina diventa una mezza garanzia di riuscire bene in Italia. Roma è più “chiusa” in questo senso. Là ci sono molti gruppi indirizzati esclusivamente verso un tipo di musica e dunque legati ad un’affermazione ristretta tra i loro simili. Rock con rock, punk con punk, ad esempio. Ma una tale condizione porta inevitabilmente ad essere rifiutati dalle case discografiche, alla ricerca di artisti in grado di raggiungere utenze variegate.G.M. : Nell’album c’è un pezzo che si chiama Buffy. Come mai questo titolo?C. :Beh perché parla di Buffy, per quanto mi riguarda il telefilm più intelligente degli ultimi anni. Un prodotto unico in quanto riesce a mescolare situazioni sentimentali ad altre fantascientifiche, senza contare poi le metafore sulla vita di cui quasi ogni episodio è intriso. Come ad esempio il vampiro diventato cattivo dopo aver fatto sesso. Nella realtà succede tutti i giorni di incontrare ragazzi inqualificabili che dopo essersi portati a letto la donna, l’abbandonano. Il pezzo dice che se stai praticamente come me, non riuscirai mai ad avere una relazione sentimentale, in quanto tutte le persone incontrate, finirai per paragonarle a Buffy. Ma la perfezione non è ottenibile.G.M. : Qual è il pezzo che preferisci all’interno dell’album?C. : L’ultima traccia: “La bassista che non ho mai avuto”. È un brano sull’amore idealizzato, che parte da una persona realmente incontrata, ma mai conosciuta davvero perché nel momento stesso in cui ho cercato di stabilire un legame con lei, si è allontanata. Questo insieme di ricordi mi è rimasto nel cuore, insieme all’incapacità di capire se quell’anno era bello per se stesso oppure se era questa ragazza ad avermelo colorato tutto quanto. Il concetto della canzone è che “se tu esistessi davvero, se tu fossi come penso che tu sia, alla fine non staresti qui con me, perché tu stai con me soltanto perché non esisti”. E’ suonato con la chitarra acustica, per cui esprime la parte più intimista di me. E’ il brano più diretto. Là veramente sono io elevato al cubo: Chiazzetta, Chattezza e Gabriele. G.M. : Cosa ti dà la musica?C. : Tanto. Quando sto sul palco, quando scrivo, io sto bene. Sto. Quando non lo faccio non sto. Per quanto io possa essere abituato a non stare, devo per forza fare, di conseguenza ho trovato nella musica un compromesso con il mondo. Sono riuscito ad unire l’utile al dilettevole. Per cui sto, stando. La musica è una forma di respirazione.G.M. : Progetti per il futuro?C. : Sembra debba essere un grande anno. Spero sia così. Al momento sto valutando attentamente una serie di proposte, perché prima di accettare voglio essere sicuro della scelta per evitare fregature. Intanto sto distribuendo il CD nei negozi di dischi di Latina e fin dove posso arrivare. Lo slogan è: “Procurati il mezzo CD di Chiazzetta, se non lo trovi nei negozi di dischi scaricatelo!”.
Una piccola avvertenza da parte di noi di Good Morning: compratelo originale perché costa pochissimo (appena 7 Euro) e ne vale la pena!