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GoodMorning: Quando hai scritto per la prima volta? Qual è stata la prima storia che hai voluto raccontare?
Barbara Gozzi: In realtà le prime 'cose' che ho scritto erano favolette confuse. Ricordo che alle medie inventavo di tutto e scrivevo sui bloc-notes a quadretti, che poi rintanavo nelle tasche dello zaino o dentro il Bomber. La prima storia degna di essere chiamata tale ce l'avevo in testa a diciassette anni ma ho aspettato di potermi permettere un computer per iniziare la stesura. Quello che è poi diventato il prologo, infatti, lo scrissi su fogli a4 il natale del'96, l'ultimo prima del diploma. E a distanza di un anno, il natale dopo, firmai il mio primo contratto di rateizzazione per un computer che mi pareva una postazione Nasa. La storia poi è diventata in parte 'Progetto Butterfly' e per il resto il seguito tutt'ora inedito. GM: Quando hai capito che scrivere era la tua vita? BG: Ci ho messo un po’, ad arrivarci. Tutt'ora passo periodi altalenanti. Credo, più onestamente, che siano le storie, quel mondo lì, che mi appartiene, di cui ho sempre e continuamente bisogno per essere, per trovare stimoli, percezioni, visioni, linfa. Non per niente sono una lettrice vorace, ho decine di libri impilati ovunque, in casa e ho anche passato periodi di totale inattività da scrittura. Ma in generale, senza storie, proprio non posso stare. Mi piace molto la definizione di ‘storyteller’ che ho spesso letto negli scritti di John Berger. GM: Cosa ami raccontare? Quali sono le tematiche che affronti maggiormente nelle tue opere? BG: I primi racconti nonché Progetto Butterfly intesa come storia lunga, erano schegge di vita a me vicina amalgamate con l'estro del momento e l'intento ancora sfocato di portare avanti una tematica, un 'qualcosa' che potesse rimanere al di là della trama nuda e cruda. Attualmente credo di aver trovato una dimensione che mi appartiene, più consapevole e legata al mio 'dentro'. Tendo a lasciarmi ossessionare da tematiche sociali ma di quel tipo di 'sociale da vergogna', linea d'ombra, da silenzio e rifiuto. Non a caso le mie ultime storie hanno affrontato situazioni forti ma imbavagliate, dalle madri assassine all’omosessualità, dai legami friabili e finti all'instabilità del vivere oggi oltre gli schemi convenzionali, fino al mercato nero degli organi e i c.d.' bambini inesistenti'. In mezzo e spesso di rimando, i disturbi alimentari, le disperazioni ordinarie, l’insoddisfazione della mia generazione, i giochi di potere con le vite altrui, la malasanità, il disamore diffuso e l’inaffettività. Ho sicuramente bisogno di raccontare di buchi, cicatrici, dolori nascosti, ingiustizie più o meno evidenti. Di tutto quello che dalla superficie in cui viviamo, non si vede (o fingiamo di non vedere). Credo che nonostante le tecnologie di cui oggi disponiamo, le news a raffica, gli strumenti di comunicazione (dal PC al web, dai cellulari agli iPod e così via); credo ci sia ancora molto silenzio, molto vuoto dentro di noi, e tante difficoltà a relazionarci con noi stessi in primis poi con gli altri, col fuori. GM: Hai degli autori che ritieni dei modelli da seguire? Se sì, quali e perché. BG: Difficilissimo rispondere. Intanto bisogna definire il senso di 'modelli'. Ci sono stati autori che nel tempo, a seconda anche di quella che sono ed ero, mi hanno colpita, insegnato, lasciato addosso qualcosa con le scritture e le storie. S.King, M.Z.Bradley, A.Cristie ma poi anche Baudelaire, Pessoa e M.Duras nell'adolescenza; Imre Kertész, A.Munro, Annie Rice, e F.O'Connor superati i fatidici 'diciottanni' fino a DeLillo, Palahniuk, R.Alajmo, G.Genna, J.Berger, Amelie Nothomb, e altri contemporanei che poi ho anche conosciuto, con alcuni dei quali ora c’è amicizia per cui non li citerò. Devo ammettere anche, che sempre più spesso finisco per legarmi in modo totalitario e intenso a singoli libri, spesso inaspettati o comunque non particolarmente 'noti'. 'Modi di morire' di Iona Heath, è stato uno di questi, oppure 'Si muore bambini' di Nicoletta Vallorani terminato di recente, 'La curva della notte' di A.Di Consoli (autore che adoro), 'La metà di tutto' di Silvia Nirigua e 'L'ora dell'incontro' di Giampiero Rigosi. GM: “Progetto Butterfly” è un thriller ad alta tensione. Come ti è venuta l’idea per questo libro? BG: PB ha avuto una gestazione lunga, e ha richiesto studi e letture approfondite sul nucleare, la tematica che tentavo di far emergere al di fuori della trama principale. Non ricordo, però, un momento o una circostanza precisa che mi ha fatto scattare ‘la molla’. L'ormai già nominato Natale del '96 scrissi quello che poteva anche rimanere tranquillamente un breve racconto, poi rileggendolo ho iniziato a 'vedere' sequenze successive. Quando mi misi a scrivere sul computer nuovo, per prima cosa tirai fuori una serie di fogli e stralci di quaderni vecchi su cui avevo scritto pezzi della storia. Da lì in poi, tra scalette, virate e riscritture è arrivato il resto. GM: La questione di Jekyll e Hyde invece è un romanzo breve. Cosa ti ha spinto a scriverlo? BG: ‘La questione’ ha per me un impatto affettivo particolare. Mi arrivò nitidamente dopo l'ennesima rilettura del romanzo di Stevenson, ma non ho mai voluto ricrearne una versione diciamo moderna. La storia ha tutt'altro sapore, non ci sono le tecniche narrative di Stevenson tanto meno gli ambienti. Era l'idea del dualismo, dell'ammissione più o meno consapevole che siamo più di uno, che le linee di confine non sono poi così evidenti, facili e scontate. Era l'immagine di una persona qualunque, oggi, che si toglie il soprabito dell'intellettuale tutto d'un pezzo, riconoscendo le debolezze di suo padre ma prima ancora le sue e quelle di tutti, in un mondo che non può, ne deve essere, solo bianco o nero. Mi pareva, poi, mentre lo scrivevo, che la dimensione giusta per la storia fosse quella del racconto lungo, comunque non del romanzo propriamente detto, avevo l'impressione di perderne l'idea centrale eccedendo negli sviluppi. GM: Quali sono le differenze e i legami tra il tuo Jekyll e Hyde e quello di Stevenson? BG: Stevenson è il padre di entrambi, è stato lui per primo a riconoscerne la presenza in una realtà di finto perbenismo e chiaroscuri marcati, i ‘miei’ sono proiezioni moderne, vocine interiori che investono i personaggi e spesso non si rassegnano ai ruoli a cui paiono destinati. Nei miei Jekyll e Hyde in realtà non c'è nulla di originale o veramente intimidatorio, sospetto. Stevenson li ha sapientemente spennellati giocando sui ruoli, il non detto e gli sviluppi sospesi dalla nebbia. Io ho solo cercato di enfatizzarli, mantenendoli comunque come simboli ma senza troppe infrastrutture intermedie, ormai non è più necessario. GM: Leggiamo nel tuo blog (http://frammentando.wordpress.com/) sempre a proposito de “La questione di Jekyll e Hyde” che il tema del dualismo ha esercitato su di te un certo fascino. Perché? BG: È una delle linee d'ombra tutt'ora più evidenti, secondo me, in questa società malata. Distinguere, etichettare, il Bene dal Male e stabilire chi sta dove. Il dualismo invece, implica l'ammissione contraria. Che si può essere sia l'uno che l'altro, con miscelazioni e percentuali diverse quanto mutevoli nel tempo; è alzare le braccia al cielo e lanciare lontano le targhette di riconoscimento, rimettersi a qualcosa che per certi versi è sconosciuto per definizione, contorto e non sempre positivo. GM: Come consideri la letteratura di oggi? Se dovessi fare un paragone tra il passato e il presente cosa manca a quella odierna e cosa ha in più rispetto all’altra, a quella dei secoli precedenti? BG: Oggi la letteratura è un mercato preciso, e come ogni business che si rispetti segue regole altrettanto precise che spesso hanno poco o niente a che fare con la creatività, l'arte. Ma oggi la letteratura è sicuramente anche varietà, stratificazioni, abbattimenti culturali oltre che geografici, sociali e religiosi. Oggi è molto più vicina alla gente di quanto non lo fosse anche solo il secolo scorso ad esempio, e naturalmente è un bene (che va poi colto però). Allo stesso modo penso che si sia perso il senso della scrittura come urgenza, bisogno e basta, il candore di un'azione semplice che però fa sudare, impegnativa quanto liberatoria a volte. Ho spesso l'impressione che non sia più considerata come attività creativa, da odiare o amare, ma comunque presente in quanto espressione dell'artista. Questi ultimi due aspetti li sento mancare spesso nella letteratura moderna, non che la situazione sia irreversibile, tutt'altro. GM: Secondo te esiste una “ricetta” da seguire per creare un libro di successo? BG: Domanda curiosa sai, giusto a inizio mese ho scritto di ricette per best seller e affini. Credo, sì, che esistano ricette intese come insiemi di elementi che se dosati con sapienza possono aumentare di molto le opportunità per il romanzo di avere successo. Come i temi-moda, quei miscugli di tematiche, tipologie di storie e personaggi che in un dato momento pare siano la nuova ossessione dei lettori. Oppure l'universale 'sesso'. Ma anche molti altri. Il problema però, per conto mio, resta sempre lo stesso e dipende da che tipo di storie si vuole scrivere e da che tipo di scrittore o scrivente si vuole o si pensa di essere. Non che sia disonorevole pensare o sperare di guadagnare con la scrittura, anzi. Però l'obbiettivo primario di scrivere un libro di successo, che faccia il botto insomma, quest'obbiettivo lì mi sembra pericoloso e illusorio. Anche perché, comunque, le ricette vanno sapute seguire, gli ingredienti bisogna conoscerli e usarli in modo ottimale, anche se non si mira a diventare il miglior chef della nazione ma si spera di ingrossare il conto in banca. GM: Perché in Italia si legge poco ma si scrive tanto? BG: Discorso ampissimo, contorto e tutt'ora variegato. Alla base di tutto credo manchino ormai le fondamenta. Io stessa, senza voler guardare troppo lontano, non ho iniziato a leggere tanto meno a scrivere grazie alle stimolazioni o seguendo i suggerimenti di qualcuno. Volevo farlo e basta. Ma non credo dovrebbe essere così. Penso che molti adolescenti e giovani potrebbero potenzialmente appassionarsi quanto meno alla lettura, senza statistiche o ansie da 'prestazione' di 'quantità' intendo, ma per la voglia di scoprire una storia, imparare, fantasticare, lasciarsi andare. Pare invece, sia ritenuto molto più semplice, alla portata, scrivere. Perché poi, chi è che non lo sa fare? Scrivere intendo. È lì che deficitano le informazioni, che i concetti si dilatano. Il fatto stesso che non esista un percorso di studi specifico e univoco per diventare 'scrittori' pare autorizzi tutti a sentirsi anche o comunque membri della categoria. Le opinioni sono contrastanti e spesso confuse, ma il punto resta lo stesso: potersi definire anche 'scrittori' oltre che medici piuttosto che avvocati o baristi o commesse o, sarà sempre un valore aggiunto, questo è l'immaginario attuale. Si dice 'io sono. Poi scrivo' con una facilità disarmante, secondo me. Per non parlare del passaggio diretto, del 'sono uno scrittore' inteso come titolo nobiliare pregiato che si conquista sul campo con una qualsiasi pubblicazione in un qualsiasi modo e forma. Va di moda, suona bene, piace dirlo, è scenico. Dunque più o meno tutti si scrive. Ma per leggere è tutt'altra faccenda, spigolosa e faticosa direi. GM: In questi ultimi anni ci sono degli autori esordienti dai quali sei rimasta colpita e affascinata? BG: Sì, devo dire diversi, ma che ormai non possono più essere definiti 'esordienti'. Giorgio Sannino, Rosella Postorino (con la 'La stanza di sopra' per primo), Sabrina Campolongo, e Gianfranco Franchi. GM: Quali sono le letture che prediligi? BG: Sono una lettrice molto sensoriale e complicata. Annuso i libri, ne compro continuamente ma quasi mai li leggo subito, c'è sempre un momento adatto, una serie di circostanze che mi spingono verso una storia. Non sono una lettrice di genere seppure col tempo mi sono allontanata da alcune tipologie di storie, in parte per assuefazione, in parte per necessità. Recentemente, ad esempio, ho letto pochi horror, fantasy e fantascienza in generale. Ma, a parte questo, non ho vere e proprie preferenze. Anzi, forse una sì. Qualunque cosa eccetto best seller o preannunciati nuovi classici. E non lo dico perché pare un discorso 'trandy'. Faccio proprio così. Credo poco nelle onde anomale, oggi più che mai in un settore governato dagli interessi, il marketing estremo, le analisi dei gusti del pubblico, le narrazioni confezionate. Ho imparato ad apprezzare gli autori contemporanei italiani che invece snobbavo da ragazzina e ne sono molto soddisfatta, non sempre il giardino del vicino è meglio del proprio. GM: Pregi e difetti della tua scrittura. BG: Tendo a scrivere in modo asciutto, immediato, con pochi fronzoli ma lasciando spazio ad alcuni, importanti dettagli. Mi piace sperimentare, mettermi alla prova con modalità e tecniche diverse. Più facilmente spennello, abbozzo, probabilmente perché da lettrice non sopporto di finire incastrata in mondi perfetti entro cui non poter immaginare nulla. Tendo a lasciare spazi precisi alle riflessioni, per colpire o lasciare in sospeso questioni o scene vere e proprie che poi trovano il proprio senso successivamente. Scrivo a pezzi, tutte le mie storie importanti hanno avuto gestazioni multiple, gli sviluppi si incastrano ma l'amalgama non è mai unica, lineare. Credo stilisticamente di non essere ancora arrivata al mio status, ci sono vicina per quella che sono oggi, specchio di interessi, letture, analisi e affezioni. Ci sono vicina ma non sono mai soddisfatta, se non mi impongo scadenze irremovibili sono capace di riscrivere a ogni lettura. Detesto gli sviluppi fini a se stessi, quanto gli snodi scontati per cui spesso viro, i finali in particolare non cercano mai salvezza o lieto fine improbabili. Non riesco a far ridere, non ci sono mai riuscita. Tutti questi aspetti sono sia pregi che difetti del mio scrivere, credo. GM: C’è, tra i personaggi dei tuoi libri e racconti, uno al quale sei particolarmente legata? BG: Uno in particolare no. Tendo a lasciare frammenti miei nelle storie e spesso nei personaggi, frammenti di diversa entità anche se nelle storie più importanti io ci sono finita comunque, e certamente in diversi protagonisti e protagoniste. Ma, come per le storie, anch'io muto, cambio, mi sposto. Dunque terminata una scrittura, conclusa ogni fase successiva, convinta la mia testardaggine che basta così, di più non si può; chiuso tutto e spedito insomma, i personaggi si staccano da me, e piano piano l'allontanamento diventa frattura. Mentre io continuo a contorcermi.  GM: Quanto c’è di te nelle tue storie? Ce n’è una che ti rispecchia più delle altre? BG: La risposta più onesta a questa domanda è: l'ultima. È sempre l'ultima quella in cui mi sembra di respirare di più, dentro i dialoghi, tra gli sviluppi e i corpi delineati. Ma poi ne viene un'altra, un'altra ancora e così via. Di certo col tempo sto diventando più precisa, taluni personaggi degli ultimi romanzi credo siano facilmente riconoscibili in me, in qualche aspetto ovviamente. Non ci sono mai dentro completamente, e così anche il resto. Perché non scrivo di me come unico e solo interesse o primario sforzo. Ma è innegabile che ci annego per forza dal primo momento in cui li sento provare qualcosa. GM: E della critica cosa pensi? Che rapporto hai con essa? BG: Ci tengo sempre a puntualizzare che i miei appunti post lettura non sono mai e poi mai recensioni, non sono osservazioni fatte da qualcuno che si ritiene 'tecnico' in grado di analizzare il testo con precisi strumenti, avendo una certa visione d'insieme. E devo ammettere che non ho mai comprato men che meno letto romanzi consigliati da questo o quel critico. Credo che in Italia sia complicata, la situazione, e che l'immagine di una critica svincolata da ogni tipo di pressione o gioco di potere sia ormai in dissolvenza da tempo. GM: Un aggettivo per descriverti… BG: Persa. GM: Quando scrivi hai dei riti particolari? Ad esempio ascolti musica o preferisci il silenzio? BG: Con un figlio piccolo, pochissimo tempo e tante corse si impara ad adattarsi ai luoghi e i tempi rimasti. Se posso davvero gestire una finestra spazio-temporale preferisco il silenzio da alternare magari con qualche canzone bassa in sottofondo. Ma ormai è un miraggio poter scrivere così. Il più delle volte attorno a me succede di tutto. L'unico vero rito che ormai assecondo è programmare poco e tenere sotto controllo le aspettative. Poi sicuramente tanto olio di gomito, alle cinque di mattina col caffè fumante nella tazzona con la mucca, quanto alle undici di sera con le cuffie e la tisana tiepida. Le migliori pagine (poche perché come dicevo sono severissima, non sono mai soddisfatta di me) le ho scritte lasciando le dita sulla tastiera e chiudendo tutto il resto. GM: Progetti a cui stai lavorando? BG: Ho concluso a inizio anno una storia, e ne sono uscita sfinita. Attualmente ho in testa un'altra 'cosa', nuova decisamente per approccio, che però deve ancora formarsi, vedo giusto qualche spigolo di tanto in tanto, ne scrivo piccoli pezzi. Si vedrà. Poi ci sono i lavori sulle storie degli altri, ma quello è un mondo parallelo. GM: Un consiglio ai giovani autori che leggono GoodMorning… BG: Uno solo? Leggere sempre, di tutto, variando e imparando a capire le storie, le scelte dell'autore nonché le finalità del libro. Mai cedere alle lusinghe di qualsiasi tipo, l'idea che pubblicare è necessario in qualsiasi modo e maniera è quanto di più assurdo, menzoniero e deleterio si possa seguire. La filosofia del 'tutto e subito' in letteratura e in generale nell'editoria non solo non paga ma spesso danneggia irrimediabilmente. Se possibile seguire manifestazioni, ogni tanto senza farne una malattia, andare a presentazioni o eventi e tentare di farsi leggere (senza troppe pretese o insistenze, magari racconti o qualche capitolo) da editor o scrittori non alle prime armi imparando a filtrare le osservazioni, le critiche perché solo cadendo e rialzandosi si può imparare, crescere davvero come autore e narratore. Le immagini sono le copertine dei libri dell’autrice. Le foto sono scattate dalla stessa Barbara Gozzi e sono di sua esclusiva proprietà. |