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giovedì 29 luglio 2010
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(redattrice blog)
Letteratura


Emanuele Pettener: nuovo volto della narrativa italiana. PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Caterina Armentano   

emanuele

È sabato mi hai lasciato e sono bellissimo” è l’opera prima di Emanuele Pettener, nuovo volto della narrativa italiana. Edita da Corbo Editore, in breve tempo ha avuto una nuova ristampa. Autore di vari racconti, pubblicati sia in Italia che in America, Emanuele Pettener  è  docente di italiano alla Florida Atlantic University  e si divide tra quest’ultima e Mestre, la sua città natale. È abilissimo  nel plasmare le parole e a piegarle a una realtà che ha i contorni del classico e degli antichi maestri della lingua. Autore anche di un volume su John Fante ("Nel nome del padre, del figlio, e dell'umorismo", Franco Cesati Editore), Emanuele, dalla mente poliedrica, parla al mondo attraverso un romanzo di formazione in cui ogni generazione può riconoscersi. Noi di “GoodMorning” abbiamo deciso di svelare i pensieri, le idee e i progetti del creatore dell’opera,  per scoprire da dove è scaturita  tanta passione per la scrittura.

GoodMorning: Raccontaci prima di tutto qual è stata la scintilla che ha dato vita a “È sabato mi hai lasciato e sono bellissimo” e perché un titolo così impegnativo. Decisione personale o pura invenzione editoriale per attrarre i lettori?

 Emanuele Pettener: Il titolo deve attrarre i lettori. E ancor prima gli editori. È  nato spontaneo come una bolla di sapone, ma dubito sempre della mia spontaneità - sicché  sospetto che Sabato abbia a che fare con l’argomento principe del romanzo, la giovinezza (Il sabato del villaggio, La febbre del sabato sera) Mi hai lasciato col fatto che è una storia di addii (addio al primo amore, addio all’amicizia, addio alla giovinezza stessa) mentre Bellissimo è un aggettivo bellissimo, che riempie i polmoni e infonde ottimismo, coraggio e leggerezza.
Ovviamente la parte fondamentale del titolo è  la congiunzione e, che oltre a provocare un brivido imprevisto di allegria, in quanto la logica vorrebbe un ma, sembra sottintendere  che la vittoria (e sono bellissimo) sia sullo stesso piano e non antitetica alla sconfitta (mi hai lasciato) e che ogni morte abbia in sé  il seme della rinascita. 

GM: Il tuo romanzo racconta la giovinezza con humor e ironia ma allo stesso tempo si fa carico di una realtà a volte drammatica senza toccare però corde smielate o troppo profonde. Hai voluto ritrarre una generazione ormai estinta o narri una generazione recente in cui è facile  specchiarsi?

EM: Interessante la scelta dei tuoi aggettivi. Sono piuttosto convinto che un ventenne miceneo del 1233 a.c, un ventenne  longobardo del 490 d.c. e un qualsiasi ventenne globalizzato del 2009 abbiano tratti in comune: l’aspirazione alla gloria e l’angoscia di non sapere come raggiungerla, per esempio. Oltre, naturalmente, alla voracità erotica. Lo humor nasce proprio dal fatto che io vent’anni non li ho più – l’umorismo è  quella scintilla che scocca dall’incontro fra inconsapevolezza dei protagonisti che vivono al presente e coscienza dell’autore che li osserva dal futuro. L’umorismo ci è  dato dal filtro della memoria e della riflessione – per questo è  così difficile vivere umoristicamente! Scrivere umoristicamente, invece, dovrebbe essere un dovere (Milan Kundera dice che non esiste arte del romanzo senza humor). Non parlerei tuttavia di ironia: l’ironia è  una forza che rischia d’essere giudicante, moralista, poiché chi l’adopera suppone di conoscere la verità, pur affermando il contrario  di ciò che intende. Della verità a un romanziere importa poco, la indaga, certo, ma per il piacere di indagarla e rivelarne le inafferrabili (e colorate) sfaccettature, per il gusto di rappresentare la meravigliosa stupidità della vita, coi suoi richiami, ritorni, e paradossi.

GM: Quanto della tua vita personale si riflette nel libro e nel carattere di Emanuele (protagonista del romanzo)?

EM:
Mi sono ispirato al me stesso ventenne  -  la mia rabbia, i miei desideri, le mie fragilità. Perché  quei sentimenti mi erano utili per raccontare quella che mi sembrava una storia stuzzicante – non solo per me -  perciò è  stato comodo ritrovarseli in casa, nella memoria, (comunque sovrana ingannatrice) che avevo di me ventenne. Quei sentimenti li ho intensificati o attenuati, per rendere il racconto più efficace possibile, ovvero per divertire me stesso e gli amici eventuali, ipotetici, immaginari, che avessero voluto ascoltarmi attorno al fuoco. Storytelling: è  l’unica cosa che m’interessa, non ho peccati da confessare al mondo, consigli morali da dispensare, concetti politici da dimostrare. Quindi Emanuele si è  mosso secondo la storia che intendevo raccontare e secondo il mondo che gli ho costruito attorno: ovvero, entrambi – Emanuele&Emanuele – se ne sono infischiati al 100% della realtà dei miei personali vent’anni, ammesso che ne avessero coscienza e memoria.  Se del resto avessi permesso alla mia vanità di insinuarsi nei miei piani, sarebbe stato un bel guaio: temo che non avrei fatto fare ad Emanuele cose così stupide, non lo avrei reso così impacciato, così ottuso in certe situazioni, così volgare in altre. Ma a me serviva in questo modo e s’è  dovuto adeguare. Il fatto che alcuni identifichino me col personaggio non riesce a toccarmi, non avverto il bisogno di far distinzioni - ed è  un loro diritto, del resto.

GM: Pubblicare è diventato un’impresa da titani. Molti scrittori esordienti vanno alla ricerca, per anni, di una casa editrice disposta a pubblicare la propria opera con vani risultati. Per te il percorso verso la pubblicazione è stato in salita o hai trovato un facile riscontro?

EM: Ma non sono forse le imprese da titani quelle che  vale la pena affrontare?
Peraltro, mi risulta che pubblicare sia una fatica immane non solo per gli imberbi ma anche per scrittori dai curriculum eccezionali che però non garantiscono all’editore un guadagno tale da giustificare l’investimento sul loro prossimo romanzo. Vero è  che alcuni scrittori, che vendono poche migliaia se non centinaia di copie, continuano a trovare grandi editori disposti a puntare sul loro nuovo capolavoro:  Mistero della Fede.
Il mio percorso di pubblicazione è  stata una passeggiata (che mi auguro ancora lunga) attraverso il deserto dei primi silenzi e dei no prestampati, il miraggio di certi quasi-sì che si son rivelati no (i momenti più duri) l’oasi dell’accettazione del primo racconto sulla rivista più scalcinata del West (il momento più bello in assoluto, meglio di tutto ciò che è  venuto dopo) il boschetto fiorito dei primi racconti accettati da riviste americane e del primo saggio pagato,  finché  –  sempre con intervalli in cui dovevo fermarmi perché  mi facevano male i piedi ed ero stanco delle intemperie –  a un certo punto ho fiutato nell’aria che il mare era vicino, che accanto ai transatlantici c’era una barchetta anche per me. Ce n’erano due, addirittura, due piccoli ma seri editori pronti a investire sulla mia storia: ho fatto la mia scelta e sono partito. 

GM: Molti critici snobbano gli scrittori moderni considerando la loro scrittura priva di tecnica e di pathos. Secondo te è vero che spesso si accantona la tecnica per il contenuto?

EM: Immagino che per moderni, intendi contemporanei e viventi. Non so chi siano i critici a cui ti riferisci. Io da una parte apprezzo sempre la presenza di una trama, che resta l’aspetto più complesso – a livello di ideazione e architettura – in un’opera romanzesca, e apprezzo coloro che sanno identificare un pubblico e  raccontargli una storia, a prescindere da ogni discorso artistico: dai maestri del complotto alle deliziose e diaboliche signore della narrativa rosa ai vituperati bestselleristi Americani o nostrani. D’altra parte, mi stupisco quando vedo noncuranza nella forma, quando avverto che non c’è  alcuna esigenza estetica: il piacere che mi procura una storia raccontata in modo cronachistico o farraginoso è  un piacere di bassa lega, usa e getta, è  un piacere tascabile, da viaggio in treno di seconda classe da Roma a Milano, o in economica da Miami a Boston. Sia chiaro, ben vengano questi piaceri: abbiamo bisogno d’essere intrattenuti, abbiamo bisogno di non annoiarci. Però è  raro che questi libri, pur divertendoci e distraendoci dalla noia quotidiana, riescano a confortarci da un dolore o a intensificare una gioia: perché  è  questo che si trova nei grandi romanzi, è  un piacere superiore, che tocca le nostre corde più inesplorate. 

GM: Quali sono, secondo te, gli scrittori contemporanei che possono fare da maestri agli esordienti?libro

EM:
Tutti, moderni e antichi, preferibilmente morti, per evitarci la loro ingombrante presenza fisica. Ognuno deve avere in mente cosa vuole scrivere e per quale pubblico – sia esso te stesso o il mondo intero. Dopodiché si guarda attorno e comincia a saccheggiare, copiare, imitare, persino imparare. Bisogna capire i segreti, l’ingrediente misterioso dell’intingolo, intuire la miscela che sta dietro tanta potenza, sporcarsi le mani – nel sugo o nel motore. Bisogna leggere i modelli al punto da avvelenarsi, e avvelenarsi al punto da rimanere immuni. Evidentemente esiste anche una possibilità opposta: che siano i maestri a scegliere noi e non noi i maestri. Che la vita, col suo simulato senso del caso, ci metta sul cammino quel libro proprio in quel momento, determinando per sempre quelle che noi crediamo essere le nostre scelte – di stile, di contenuti – future.

GM: Sei  nato  a Mestre ma vivi a Boca Raton, nel sud della Florida. Un salto geografico e culturale davvero vertiginoso. Quanto ti ha cambiato questa opportunità di vivere appieno due realtà tanto diverse?  Quanto questo ha condizionato la tua scrittura?

EM: Passo due terzi dell’anno ai Tropici coi piedini nell’oceano e un terzo nella mia rugginosa, giovane e maltrattata città a girellare in giro in cerca di madeleines. Vivo una vita immaginaria: quando sono a Mestre sogno Boca, quando sono a Boca sogno Mestre.

GM: La Florida ha attirato molti scrittori, come Marjorie Kinnan Rawlings, Ernest Hemingway, e Tennessee Williams. Ti senti un privilegiato o un cercatore di opportunità?

EM: Mi sento molto bene, fondamentalmente.

GM: Ci sono degli esordienti che scrivono un unico libro e poi si fermano, hai mai messo in conto una possibilità del genere? Sei già pronto per una nuova avventura letteraria o vuoi goderti il successo di “È  sabato mi hai lasciato e sono bellissimo”?

EM: “Successo”? Quando me ne starò in videoconferenza coi miei 12 agenti sbocconcellando caviale in vasca da bagno come Joan Collins in Dynasty – allora, forse, mi soffermerò a riflettere su quanto relativa sia la parola “successo”. Dopodiché , è  vero, il Sabato – bravo ragazzo - se la sta cavando benino, un po’ sfrontato nella sua convinzione d’essere più sexy di molti bellimbusti che lo circondano. Nel frattempo sto attraversando mattine molto gradevoli ad architettare addirittura due storie, piene di trucchetti e magie, una ambientata  in Florida, l’altra a Venezia.

GM:  “È  sabato mi hai lasciato e sono bellissimo” è arrivato alla seconda ristampa. Oltre al valore letterario dell’opera, pensi che una buona pubblicità possa aver influito nella riuscita del libro?

EM:
Il valore letterario di solito lo decide il signor Tempo, con un riprovevole ritardo di almeno un paio di secoli.  Scrivere una storia divertente, qualsiasi sia il senso che  diamo a divertente, è  la condizione senza la quale qualsiasi pubblicità, credo, diventa inutile. Certi colossali crack hollywoodiani lo dimostrano. Dopodiché , la pubblicità è  fondamentale. Il Sabato ha avuto la fortuna, fin’ora, di guadagnarsi paroline davvero dolci da giornali quali Alias, Il Mattino di Napoli, Max, e farsi persino una capatina in RAI e su Canale Italia. Ma  altrettanto importante è  stata la voce dei giornali locali o delle radio universitarie o di chiunque, singolarmente, abbia voluto spendere, anche solo oralmente, una buona parola per il Sabato. In particolare, sono molto grato ai miei nuovi e vecchi amici su Facebook.

GM: Quali cambiamenti ha portato alla tua vita la pubblicazione del tuo romanzo? Ti sei sentito violato, in qualche modo, nel porgerti agli altri attraverso il velo che separa te e il protagonista del tuo romanzo?

EM: Nessuna violazione. Ho molti amici in più. Con qualcuno ci perderemo, lo so,  ma sono convinto che altri resteranno,  e ci godremo il panorama assieme.

 

 Le foto ci sono state concesse dall’autore. Tutti i diritti riservati.

 
Barbara Gozzi PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Elys&Sylvie   

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Abbiamo conosciuto Barbara Gozzi per caso e ci siamo letteralmente “innamorate” della sua scrittura, della sua capacità di rendere vive e intense le storie che racconta. Frammenti d’esistenza invasa da quel dolore sporco, nero, profondo aggrappato sulle spalle e deciso a non lasciarti andare, obbligandoti a riflettere sul fondo cupo della società. Su quegli aspetti taciuti ma presenti. Verità che urlano il bisogno d’essere portate in superficie.
Di seguito potete leggere una sua breve biografia. 

Barbara Gozzi nasce a Modena nel 1978, ma vive ormai da anni nel bolognese. Scrive e legge. Collabora con portali, spazi internet e progetti culturali. Ha pubblicato storie su carte e nel web. Dal 2007 lavora come editor e collaboratore editoriale. Ci sono avvicinamenti in corso con l'universo infinito delle storie per immagini, le sceneggiature. 

 
Barbara Gozzi, l'intervista. PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Elys&Sylvie   

cover2GoodMorning: Quando hai scritto per la prima volta? Qual è stata la prima storia che hai voluto raccontare?  

Barbara Gozzi: In realtà le prime 'cose' che ho scritto erano favolette confuse. Ricordo che alle medie inventavo di tutto e scrivevo sui bloc-notes a quadretti, che poi rintanavo nelle tasche dello zaino o dentro il Bomber. La prima storia degna di essere chiamata tale ce l'avevo in testa a diciassette anni ma ho aspettato di potermi permettere un computer per iniziare la stesura. Quello che è poi diventato il prologo, infatti, lo scrissi su fogli a4 il natale del'96, l'ultimo prima del diploma. E a distanza di un anno, il natale dopo, firmai il mio primo contratto di rateizzazione per un computer che mi pareva una postazione Nasa. La storia poi è diventata in parte 'Progetto Butterfly' e per il resto il seguito tutt'ora inedito.  

GM: Quando hai capito che scrivere era la tua vita?  

BG: Ci ho messo un po’, ad arrivarci. Tutt'ora passo periodi altalenanti. Credo, più onestamente, che siano le storie, quel mondo lì, che mi appartiene, di cui ho sempre e continuamente bisogno per essere, per trovare stimoli, percezioni, visioni, linfa. Non per niente sono una lettrice vorace, ho decine di libri impilati ovunque, in casa e ho anche passato periodi di totale inattività da scrittura. Ma in generale, senza storie, proprio non posso stare. Mi piace molto la definizione di ‘storyteller’ che ho spesso letto negli scritti di John Berger. 

GM: Cosa ami raccontare? Quali sono le tematiche che affronti maggiormente nelle tue opere?   

BG: I primi racconti nonché Progetto Butterfly intesa come storia lunga, erano schegge di vita a me vicina amalgamate con l'estro del momento e l'intento ancora sfocato di portare avanti una tematica, un 'qualcosa' che potesse rimanere al di là della trama nuda e cruda. Attualmente credo di aver trovato una dimensione che mi appartiene, più consapevole e legata al mio 'dentro'. Tendo a lasciarmi ossessionare da tematiche sociali ma di quel tipo di 'sociale da vergogna', linea d'ombra, da silenzio e rifiuto. Non a caso le mie ultime storie hanno affrontato situazioni forti ma imbavagliate, dalle madri assassine all’omosessualità, dai legami friabili e finti all'instabilità del vivere oggi oltre gli schemi convenzionali, fino al mercato nero degli organi e i c.d.' bambini inesistenti'.  In mezzo e spesso di rimando, i disturbi alimentari, le disperazioni ordinarie, l’insoddisfazione della mia generazione, i giochi di potere con le vite altrui, la malasanità, il disamore diffuso e l’inaffettività.  Ho sicuramente bisogno di raccontare di buchi, cicatrici, dolori nascosti, ingiustizie più o meno evidenti. Di tutto quello che dalla superficie in cui viviamo, non si vede (o fingiamo di non vedere). Credo che nonostante le tecnologie di cui oggi disponiamo, le news a raffica, gli strumenti di comunicazione (dal PC al web, dai cellulari agli iPod e così via); credo ci sia ancora molto silenzio, molto vuoto dentro di noi, e tante difficoltà a relazionarci con noi stessi in primis poi con gli altri, col fuori.  

GM: Hai degli autori che ritieni dei modelli da seguire? Se sì, quali e perché.   

BG: Difficilissimo rispondere. Intanto bisogna definire il senso di 'modelli'. Ci sono stati autori che nel tempo, a seconda anche di quella che sono ed ero, mi hanno colpita, insegnato, lasciato addosso qualcosa con le scritture e le storie. S.King, M.Z.Bradley, A.Cristie ma poi anche Baudelaire, Pessoa e M.Duras nell'adolescenza;  Imre Kertész,  A.Munro, Annie Rice, e F.O'Connor superati i fatidici 'diciottanni' fino a DeLillo, Palahniuk, R.Alajmo, G.Genna, J.Berger, Amelie Nothomb, e altri contemporanei che poi ho anche conosciuto, con alcuni dei quali ora c’è amicizia per cui non li citerò. Devo ammettere anche, che sempre più spesso finisco per legarmi in modo totalitario e intenso a singoli libri, spesso inaspettati o comunque non particolarmente 'noti'.  'Modi di morire' di Iona Heath, è stato uno di questi, oppure 'Si muore bambini' di Nicoletta Vallorani terminato di recente, 'La curva della notte' di A.Di Consoli (autore che adoro), 'La metà di tutto' di Silvia Nirigua e 'L'ora dell'incontro' di Giampiero Rigosi.  

GM: “Progetto Butterfly” è un thriller ad alta tensione. Come ti è venuta l’idea per questo libro?   

BG: PB ha avuto una gestazione lunga, e ha richiesto studi e letture approfondite sul nucleare, la tematica che tentavo di far emergere al di fuori della trama principale. Non ricordo, però, un momento o una circostanza precisa che mi ha fatto scattare ‘la molla’. L'ormai già nominato Natale del '96 scrissi quello che poteva anche rimanere tranquillamente un breve racconto, poi rileggendolo ho iniziato a 'vedere' sequenze successive. Quando mi misi a scrivere sul computer nuovo, per prima cosa tirai fuori una serie di fogli e stralci di quaderni vecchi su cui avevo scritto pezzi della storia. Da lì in poi, tra scalette, virate e riscritture è arrivato il resto.  

GM: La questione di Jekyll e Hyde invece è un romanzo breve. Cosa ti ha spinto a scriverlo?

BG:  La questione’ ha per me un impatto affettivo particolare. Mi arrivò nitidamente dopo l'ennesima rilettura del romanzo di Stevenson, ma non ho mai voluto ricrearne una versione diciamo moderna. La storia ha tutt'altro sapore, non ci sono le tecniche narrative di Stevenson tanto meno gli ambienti. Era l'idea del dualismo, dell'ammissione più o meno consapevole che siamo più di uno, che le linee di confine non sono poi così evidenti, facili e scontate. Era l'immagine di una persona qualunque, oggi, che si toglie il soprabito dell'intellettuale tutto d'un pezzo, riconoscendo le debolezze di suo padre ma prima ancora le sue e quelle di tutti, in un mondo che non può, ne deve essere, solo bianco o nero. Mi pareva, poi, mentre lo scrivevo, che la dimensione giusta per la storia fosse quella del racconto lungo, comunque non del romanzo propriamente detto, avevo l'impressione di perderne l'idea centrale eccedendo negli sviluppi.   

GM: Quali sono le differenze e i legami tra il tuo Jekyll e Hyde e quello di Stevenson?  

BG: Stevenson è il padre di entrambi, è stato lui per primo a riconoscerne la presenza in una realtà di finto perbenismo e chiaroscuri marcati, i ‘miei’ sono proiezioni moderne, vocine interiori che investono i personaggi e spesso non si rassegnano ai ruoli a cui paiono destinati. Nei miei Jekyll e Hyde in realtà non c'è nulla di originale o veramente intimidatorio, sospetto. Stevenson li ha sapientemente spennellati giocando sui ruoli, il non detto e gli sviluppi sospesi dalla nebbia. Io ho solo cercato di enfatizzarli, mantenendoli comunque come simboli ma senza troppe infrastrutture intermedie, ormai non è più necessario.  

GM: Leggiamo nel tuo blog (http://frammentando.wordpress.com/) sempre a proposito de “La questione di Jekyll e Hyde” che il tema del dualismo ha esercitato su di te un certo fascino. Perché?  

BG: È  una delle linee d'ombra tutt'ora più evidenti, secondo me, in questa società malata. Distinguere, etichettare, il Bene dal Male e stabilire chi sta dove. Il dualismo invece, implica l'ammissione contraria. Che si può essere sia l'uno che l'altro, con miscelazioni e percentuali diverse quanto mutevoli nel tempo; è alzare le braccia al cielo e lanciare lontano le targhette di riconoscimento, rimettersi a qualcosa che per certi versi è sconosciuto per definizione, contorto e non sempre positivo.  

GM: Come consideri la letteratura di oggi? Se dovessi fare un paragone tra il passato e il presente cosa manca a quella odierna e cosa ha in più rispetto all’altra, a quella dei secoli precedenti? fotogozzi 

BG: Oggi la letteratura è un mercato preciso, e come ogni business che si rispetti segue regole altrettanto precise che spesso hanno poco o niente a che fare con la creatività, l'arte. Ma oggi la letteratura è sicuramente anche varietà, stratificazioni, abbattimenti culturali oltre che geografici, sociali e religiosi. Oggi è molto più vicina alla gente di quanto non lo fosse anche solo il secolo scorso ad esempio, e naturalmente è un bene (che va poi colto però). Allo stesso modo penso che si sia perso il senso della scrittura come urgenza, bisogno e basta, il candore di un'azione semplice che però fa sudare, impegnativa quanto liberatoria a volte. Ho spesso l'impressione che non sia più considerata come attività creativa, da odiare o amare, ma comunque presente in quanto espressione dell'artista. Questi ultimi due aspetti li sento mancare spesso nella letteratura moderna, non che la situazione sia irreversibile, tutt'altro.

GM: Secondo te esiste una “ricetta” da seguire per creare un libro di successo?  

BG: Domanda curiosa sai, giusto a inizio mese ho scritto di ricette per best seller e affini. Credo, sì, che esistano ricette intese come insiemi di elementi che se dosati con sapienza possono aumentare di molto le opportunità per il romanzo di avere successo. Come i temi-moda, quei miscugli di tematiche, tipologie di storie e personaggi che in un dato momento pare siano la nuova ossessione dei lettori. Oppure l'universale 'sesso'. Ma anche molti altri. Il problema però, per conto mio, resta sempre lo stesso e dipende da che tipo di storie si vuole scrivere e da che tipo di scrittore o scrivente si vuole o si pensa di essere. Non che sia disonorevole pensare o sperare di guadagnare con la scrittura, anzi. Però l'obbiettivo primario di scrivere un libro di successo, che faccia il botto insomma, quest'obbiettivo lì mi sembra pericoloso e illusorio. Anche perché, comunque, le ricette vanno sapute seguire, gli ingredienti bisogna conoscerli e usarli in modo ottimale, anche se non si mira a diventare il miglior chef della nazione ma si spera di ingrossare il conto in banca.  

GM: Perché in Italia si legge poco ma si scrive tanto?  

BG: Discorso ampissimo, contorto e tutt'ora variegato.  Alla base di tutto credo manchino ormai le fondamenta. Io stessa, senza voler guardare troppo lontano, non ho iniziato a leggere tanto meno a scrivere grazie alle stimolazioni o seguendo i suggerimenti di qualcuno. Volevo farlo e basta. Ma non credo dovrebbe essere così. Penso che molti adolescenti e giovani potrebbero potenzialmente appassionarsi quanto meno alla lettura, senza statistiche o ansie da 'prestazione' di 'quantità' intendo, ma per la voglia di scoprire una storia, imparare, fantasticare, lasciarsi andare. Pare invece, sia ritenuto molto più semplice, alla portata, scrivere. Perché poi, chi è che non lo sa fare? Scrivere intendo. È lì che deficitano le informazioni, che i concetti si dilatano. Il fatto stesso che non esista un percorso di studi specifico e univoco per diventare 'scrittori' pare autorizzi tutti a sentirsi anche o comunque membri della categoria. Le opinioni sono contrastanti e spesso confuse, ma il punto resta lo stesso: potersi definire anche 'scrittori' oltre che medici piuttosto che avvocati o baristi o commesse o, sarà sempre un valore aggiunto, questo è l'immaginario attuale. Si dice 'io sono. Poi scrivo' con una facilità disarmante, secondo me. Per non parlare del passaggio diretto, del 'sono uno scrittore' inteso come titolo nobiliare pregiato che si conquista sul campo con una qualsiasi pubblicazione in un qualsiasi modo e forma. Va di moda, suona bene, piace dirlo, è scenico. Dunque più o meno tutti si scrive. Ma per leggere è tutt'altra faccenda, spigolosa e faticosa direi.  

GM: In questi ultimi anni ci sono degli autori esordienti dai quali sei rimasta colpita e affascinata?   

BG: Sì, devo dire diversi, ma che ormai non possono più essere definiti 'esordienti'. Giorgio Sannino, Rosella Postorino (con la 'La stanza di sopra' per primo), Sabrina Campolongo, e Gianfranco Franchi.  

GM: Quali sono le letture che prediligi?   

BG: Sono una lettrice molto sensoriale e complicata. Annuso i libri, ne compro continuamente ma quasi mai li leggo subito, c'è sempre un momento adatto, una serie di circostanze che mi spingono verso una storia. Non sono una lettrice di genere seppure col tempo mi sono allontanata da alcune tipologie di storie, in parte per assuefazione, in parte per necessità. Recentemente, ad esempio, ho letto pochi horror, fantasy e fantascienza in generale. Ma, a parte questo, non ho vere e proprie preferenze. Anzi, forse una sì. Qualunque cosa eccetto best seller o preannunciati nuovi classici. E non lo dico perché pare un discorso 'trandy'. Faccio proprio così. Credo poco nelle onde anomale, oggi più che mai in un settore governato dagli interessi, il marketing estremo, le analisi dei gusti del pubblico, le narrazioni confezionate.  Ho imparato ad apprezzare gli autori contemporanei italiani che invece snobbavo da ragazzina e ne sono molto soddisfatta, non sempre il giardino del vicino è meglio del proprio.  

GM: Pregi e difetti della tua scrittura 

BG: Tendo a scrivere in modo asciutto, immediato, con pochi fronzoli ma lasciando spazio ad alcuni, importanti dettagli. Mi piace sperimentare, mettermi alla prova con modalità e tecniche diverse. Più facilmente spennello, abbozzo, probabilmente perché da lettrice non sopporto di finire incastrata in mondi perfetti entro cui non poter immaginare nulla. Tendo a lasciare spazi precisi alle riflessioni, per colpire o lasciare in sospeso questioni o scene vere e proprie che poi trovano il proprio senso successivamente. Scrivo a pezzi, tutte le mie storie importanti hanno avuto gestazioni multiple, gli sviluppi si incastrano ma l'amalgama non è mai unica, lineare. Credo stilisticamente di non essere ancora arrivata al mio status, ci sono vicina per quella che sono oggi, specchio di interessi, letture, analisi e affezioni. Ci sono vicina ma non sono mai soddisfatta, se non mi impongo scadenze irremovibili sono capace di riscrivere a ogni lettura. Detesto gli sviluppi fini a se stessi, quanto gli snodi scontati per cui spesso viro, i finali in particolare non cercano mai salvezza o lieto fine improbabili. Non riesco a far ridere, non ci sono mai riuscita. Tutti questi aspetti sono sia pregi che difetti del mio scrivere, credo.  

GM: C’è, tra i personaggi dei tuoi libri e racconti, uno al quale sei particolarmente legata?  

BG: Uno in particolare no. Tendo a lasciare frammenti miei nelle storie e spesso nei personaggi, frammenti di diversa entità anche se nelle storie più importanti io ci sono finita comunque, e certamente in diversi protagonisti e protagoniste. Ma, come per le storie, anch'io muto, cambio, mi sposto. Dunque terminata una scrittura, conclusa ogni fase successiva, convinta la mia testardaggine che basta così, di più non si può; chiuso tutto e spedito insomma, i personaggi si staccano da me, e piano piano l'allontanamento diventa frattura. Mentre io continuo a contorcermi.  fotogozzi2

GM: Quanto c’è di te nelle tue storie? Ce n’è una che ti rispecchia più delle altre? 

BG: La risposta più onesta a questa domanda è: l'ultima. È sempre l'ultima quella in cui mi sembra di respirare di più, dentro i dialoghi, tra gli sviluppi e i corpi delineati. Ma poi ne viene un'altra, un'altra ancora e così via. Di certo col tempo sto diventando più precisa, taluni personaggi degli ultimi romanzi credo siano facilmente riconoscibili in me, in qualche aspetto ovviamente. Non ci sono mai dentro completamente, e così anche il resto. Perché non scrivo di me come unico e solo interesse o primario sforzo. Ma è innegabile che ci annego per forza dal primo momento in cui li sento provare qualcosa.  

GM: E della critica cosa pensi? Che rapporto hai con essa?   

BG: Ci tengo sempre a puntualizzare che i miei appunti post lettura non sono mai e poi mai recensioni, non sono osservazioni fatte da qualcuno che si ritiene 'tecnico' in grado di analizzare il testo con precisi strumenti, avendo una certa visione d'insieme. E devo ammettere che non ho mai comprato men che meno letto romanzi consigliati da questo o quel critico. Credo che in Italia sia complicata, la situazione, e che l'immagine di una critica svincolata da ogni tipo di pressione o gioco di potere sia ormai in dissolvenza da tempo.  

GM: Un aggettivo per descriverti…    

BG: Persa.  

GM: Quando scrivi hai dei riti particolari? Ad esempio ascolti musica o preferisci il silenzio?   

BG: Con un figlio piccolo, pochissimo tempo e tante corse si impara ad adattarsi ai luoghi e i tempi rimasti. Se posso davvero gestire una finestra spazio-temporale preferisco il silenzio da alternare magari con qualche canzone bassa in sottofondo. Ma ormai è un miraggio poter scrivere così. Il più delle volte attorno a me succede di tutto. L'unico vero rito che ormai assecondo è programmare poco e tenere sotto controllo le aspettative. Poi sicuramente tanto olio di gomito, alle cinque di mattina col caffè fumante nella tazzona con la mucca, quanto alle undici di sera con le cuffie e la tisana tiepida. Le migliori pagine (poche perché come dicevo sono severissima, non sono mai soddisfatta di me) le ho scritte lasciando le dita sulla tastiera e chiudendo tutto il resto.  

GM: Progetti a cui stai lavorando?   

BG: Ho concluso a inizio anno una storia, e ne sono uscita sfinita.  Attualmente ho in testa un'altra 'cosa', nuova decisamente per approccio, che però deve ancora formarsi, vedo giusto qualche spigolo di tanto in tanto, ne scrivo piccoli pezzi. Si vedrà. Poi ci sono i lavori sulle storie degli altri, ma quello è un mondo parallelo. 

GM: Un consiglio ai giovani autori che leggono GoodMorning…   

BG: Uno solo? Leggere sempre, di tutto, variando e imparando a capire le storie, le scelte dell'autore nonché le finalità del libro. Mai cedere alle lusinghe di qualsiasi tipo, l'idea che pubblicare è necessario in qualsiasi modo e maniera è quanto di più assurdo, menzoniero e deleterio si possa seguire. La filosofia del 'tutto e subito' in letteratura e in generale nell'editoria non solo non paga ma spesso danneggia irrimediabilmente. Se possibile seguire manifestazioni, ogni tanto senza farne una malattia, andare a presentazioni o eventi e tentare di farsi leggere (senza troppe pretese o insistenze, magari racconti o qualche capitolo) da editor o scrittori non alle prime armi imparando a filtrare le osservazioni, le critiche perché solo cadendo e rialzandosi si può imparare, crescere davvero come autore e narratore.  

Le immagini sono le copertine dei libri dell’autrice. Le foto sono scattate dalla stessa Barbara Gozzi e sono di sua esclusiva proprietà.
 
Remo Bassini PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Elys   

donnaRemo Bassini si presenta così sul suo blog:

 

(http://remobassini.wordpress.com/)

 

Sono nato a Cortona il 23 settembre 1956. Era una domenica sera. L’infermiera, appena mia madre partorì, disse:

-  Brava, che faccio in tempo ad andare al cinema. 

Erano mezzadri i miei genitori. Che nel 1958 si trasferirono a Vercelli. Mio padre venne assunto in fabbrica; mia madre, per concorrere al magro bilancio familiare, e far sì che ai figli (io, Silvia, che ha 10 anni meno di me, e Moreno, il più piccolo, che dall’agosto del 2005 non c’è più) non mancasse nulla, fece la donna delle pulizie per anni. E la portinaia, anche.
Ho una figlia, splendida e distante; si chiama Sonia, è nata il primo maggio 1980.

Scrivo.

Ho fatto tante cose: il cameriere, l’operaio, il disoccupato, lo studente (lettere a Torino) lavoratore (portiere di notte),
l’attore dilettante, l’insegnate volontario in un carcere, il correttore di bozze.

Libri pubblicati: Il quaderno delle voci rubate (La Sesia, 2002); Dicono di Clelia (Mursia, 2006); Lo scommettitore (Fernandel 2006); La donna che parlava con i morti (Newton Compton, 2007), Tamarri (Historica - Il foglio Letterario 2008). A breve sarà disponibile anche il suo nuovo romanzo, Bastardo posto (Newton Compton). 

Le immagini sono le copertine dei libri di Remo Bassini.

 
Remo Bassini: l'intervista. PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Elys   

quadernoGoodMorning: Quando nasce Remo Bassini scrittore? 

Remo Bassini: Una sera, quando ormai ero rassegnato a non diventarlo. Una sera ho preso un bloc notes in mano e mi sono detto: Raccontami una storia. È bastata questa frase: ho iniziato a scrivere allontanandomi dal mio ombelico. Ero io che scrivevo, e allo stesso tempo non ero io. 

GM: Hai studiato lettere a Torino e contemporaneamente lavorato in fabbrica come operaio. È stato difficile portare avanti entrambe le cose? 

RB: Ero una molla, quando mi svegliavo al mattino. Non vedevo l'ora di andare in università (e pensa che alle superiori ero una chiavica, sempre rimandato) e quando poi lavoravo in fabbrica, facevo sempre il turno fisso dalle 14 alle 22, ripensavo, anzi, ripassavo le lezioni del mattino. È stata dura abituarsi a dormire quattro ore a notte. E comunque gli studi li ho proseguiti facendo il portiere di notte in un albergo, e di notte in un albergo è come se le storie – ma quelle vere – piovessero, e tante altre cose, per esempio piazzare piattelli in un tiro a segno, pulire cantine, correggere bozze...  

GM: Com'è nato il tuo primo libro, "Il quaderno delle voci rubate"? 

RB: Quella famosa sera, la stessa: il primo capitolo venne dopo che dissi a me stesso di raccontarmi una storia, di stupirmi insomma.  

GM: Raccontaci brevemente cos'hai provato nel ricevere il "sì" dall'editore La Sesia. 

RB: Il primo pensiero fu: quando mi leggeranno mi sentirò come nudo. Il secondo fu: però son contento. Il terzo fu: è comunque un libro che conosceranno in pochi. La Sesia infatti lo distribuì nel Piemonte orientale. Diciamo che il Sì, o riconoscimento in ambito editoriale, è stato il secondo libro, Dicono di Clelia. Lo inviai a Mursia e loro dopo quindici giorni mi telefonarono. Successe una cosa carina, quel giorno. Insieme all'interessamento di Mursia mi arrivò una mail di una casa editrice, la solita mail. Abbiamo apprezzato il suo romanzo che però non rientra nei nostri piani editoriali. Fui felice di poter rispondere, Grazie della risposta, ma proprio oggi un altro editore mi ha scritto che invece rientro nei suoi piani editoriali.  

GM: Il terzo libro, "Lo scommettitore", è nato, se non sbagliamo, molto di pancia. L'hai scritto rapidamente temendo di far scivolare via la storia e poi l'hai rivisto e corretto con maggiore calma. Questo modo d'approcciarti alle storie l'hai conservato anche in seguito oppure è cambiato?     

RB: Ogni libro ha la sua storia, i suoi tempi. Io solitamente impiego due mesi a scrivere e sei a riscrivere. Però intendiamoci: due mesi di scrittura per me significa scrivere tutte le notti dalle ventitré alle cinque, bevendo caffè e fumando come un turco, e pensando quasi sempre al libro. Per esempio: in quei due mesi cerco di non guidare: ché pensando al libro o sbaglio strada o non penso che il semaforo è rosso.  

GM: La tua ispirazione da dove nasce? 

RB: Dai miei occhi. Io non credo nel talento, non credo che si nasca scrittori. I nostri occhi però, improvvisamente, possono cominciare a vedere le cose in modo diverso, e raccontarle.  

GM: Dal tuo punto di vista, come si distingue un buon libro da un cattivo libro e dunque una buona scrittura da una cattiva scrittura?     

RB: È  sempre difficile e, diciamolo, poco giusto sparare sentenze. Se a me un libro non piace non significa che questo libro sia una porcheria. Io dico sempre che un libro è un incontro: a volte piacevole a volte no. Ma tante volte invece di giudicare un libro dovremmo prima giudicare noi stessi.    

GM: Si sente spesso parlare di scrittori di serie A e scrittori di serie B. Si può veramente fare una simile distinzione tra gli autori? E se esiste davvero, quali sono le caratteristiche che fanno uno scrittore di serie A? 

RB: Lo scrittore di serie A è quello sincero, onesto, che racconta una storia che sente. Lo scrittore disonesto è quello che pensa al mercato, o ad arruffianarsi qualcuno frequentando o corsi di scrittura creativa o presentazioni.    

GM: La letteratura oggi e la letteratura ieri, in Italia naturalmente. Pregi e difetti. clelia

RB: Sai, io penso che a questa domanda nessun D'orrico o critico può rispondere. Escono troppi libri, mi pare centosettanta al giorno. Magari ci sono cose buone, ma sfuggono.Si fa fatica a leggere tutto, io per esempio Gianni Celati, che è un grande scrittore di racconti (di cui in rete peraltro non si parla) l'ho scoperto da poco.La letteratura di ieri, guarda, per me ha solo questo significato: Fenoglio, Pontiggia e Pratolini restano, tra gli autori italiani, dei miei punti di riferimento. Leggendoli imparo. Senza dimenticare Calvino, che a me non è che piaccia molto ma quando lo leggo mi inchino: nessuno, a mio avviso, è bravo come lui nel dosare aggettivi e virgole, così da fare in modo che la pagina non sia solo scorrevole, ma un'opera d'arte. 

GM: Qual è il tuo rapporto con la critica? Come reagisci di solito davanti ad un giudizio negativo? 

RB:  Sincero sincero? Un giudizio negativo ti rovina la giornata e anche quella dopo e quella dopo ancora. Capita l'esatto contrario quando un tuo libro vende (e a me è successo con La donna che parlava con i morti). Però un paio di volte ho fatto i complimenti ad alcuni che mi hanno stroncato: perché ho capito il loro punto di vista. In ogni caso fino a oggi ho avuto fortuna: su riviste e giornali solo recensioni positive. 

GM: Parliamo un po' della tua scrittura. Anche qui vogliamo sapere pregi e difetti. 

RB: Un pregio che è anche un difetto: tendo a privilegiare il ritmo. Semmai ho, diciamo, un problema. La punteggiatura. Io non la uso seguendo le regole, io la uso seguendo, appunto, il ritmo. Certo, le virgole a capocchia non vanno mai messe, ma, cerco di spiegarmi meglio ora, una virgola in meno io a volte la metto per velocizzare la lettura. È un mio messaggio: al lettore. 

GM: Se ti fosse data la possibilità d'impossessarti di qualità altrui (a livello artistico) da chi andresti a prenderle e perché. 

RB: Avrei cento nomi, ma nessun contemporaneo. 

GM: Quando una tua opera vede per la prima volta la luce e affronta il pubblico, qual è la tua paura più grande? Che pensieri ti attraversano? 

RB: La paura più grande è, con tutta franchezza, qualcosa che si verifica assai spesso, oggi, soprattutto in Italia. E cioè che il tuo libro non lo legga nessuno. Col passare del tempo aumentano i libri che escono ma i lettori son sempre quelli e quindi, calcolatrice alla mano, chi viene pubblicato vende sempre di meno (anche perché un libro sta in libreria tre, quattro mesi se va bene, e poi è carta da macero). Insomma, tanti pubblicano e si bruciano, vendendo poche decine di copie. Era meglio prima: quando sognavano di diventare scrittori. 

GM: Pensando ai tuoi libri e ai tuoi personaggi, ce n'è uno a cui sei particolarmente affezionato, che ti rispecchia di più e un altro invece che ti sta decisamente antipatico? 

RB: Il maresciallo Manfredi di Dicono di Clelia e Anna Antichi, la protagonista de La donna che parlava con i morti, sono i personaggi che più ho amato. Ho prestato loro dei miei pensieri, ma non mi somigliano (e non si somigliano). Di antipatici ne ho tratteggiati tanti, ed è la cosa più facile: basta guardarsi intorno. 

scommettitoreGM: Hai un sogno nel cassetto da realizzare? 

RB: Continuare a scrivere. Magari con la Newton Compton, magari con un editore, anche più piccolo. Continuare a scrivere, per me, significa avere delle storie da raccontare e, sempre per me, avere delle storie da raccontare significa sentirmi vivo. 

GM: Cosa ti aspetti dal tuo nuovo libro, Bastardo posto, in uscita a marzo 2009? 

RB: Prevedo che sarà un libro senza vie di mezzo. Ci sarà chi dirà che è un gran bel libro e ci sarà chi dirà che è una solenne porcheria. Del resto lo sapevo: fin dalla prima pagina che ho scritto. 

GM: Quando scrivi rispetti un rito particolare? Non so vuoi silenzio, ascolti musica, crei di notte? 

RB: Scrivo solo di notte, bevendo caffè, fumando sigari con le interruzioni del gatto che, ogni tanto, salta sulla tastiera del pc. Devo sentirmi, diciamo, a mio agio. Ti faccio due esempi. Non devo essere perseguitato da preoccupazioni quotidiane; e devo avere i capelli lavati. Farà ridere, lo so, ma io senza sigari, senza caffè, senza gatto e senza capelli lavati a scrivere non ci riuscirei. 

GM: Hai un consiglio da dare a coloro che vogliono intraprendere la difficile strada della scrittura? 

RB: Oltre a leggere e scrivere ogni giorno almeno un po' di righe per mantenersi allenati, oltre a cercare di leggere la vita, e per vita intendo la vita vera, per strada, al bar, al supermercato, in pizzeria, in ospedale e non la televisione o la rete o i soliti libri, ecco io credo sia importante selezionare i consigli. Perché l'editoria è un po' come il calcio e la politica: tutti sanno tutto. E invece quelli che ti sanno dare consigli e dritte giuste son pochi. Ecco, occorre cercare le poche, ma giuste voci.

Le immagini sono le copertine dei libri di Remo Bassini.
 
Galleria


Illustrazione di Dario Cestaro


Topolina e i racconti


Tatino, Telefono arcobaleno


Misterioso oriente


L'enigma
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