Si ringraziano per la preziosa collaborazione:
- Francesca (traduttrice)
- Bruno Del Frate (webmaster)
- Francesco Giubilei (redattore)
- Antonietta (redattrice blog)
- Caterina Armentano
(redattrice blog)
| Venditori di storie
|
Alice che sapeva d'estate |
|
|
|
|
Venditori di storie
|
|
Scritto da Elys
|
|
 Alice aveva il sapore dell’estate. Veniva da noi ai primi di giugno, con i capelli sciolti e un berretto da baseball tra le mani. Mi fermavo a guardarla di nascosto da dietro il fienile. Mi piaceva il suo profumo dolciastro. Il vento lo portava fino a me. Sabbia e salsedine. Mare. La ragazza della California. I miei la chiamavano così e lei lo sapeva ma non se la prendeva neanche un po’. Anzi, rideva e le sue labbra carnose si curvavano all’infuori. Erano una linea perfetta, come le gambe che intravedevo sotto il vestito di cotone se soffiava la brezza. «Ciao Josh, come ti butta? La fai ancora la pipì a letto?» Mi salutava sempre nello stesso modo, con quella frase stupida che mi faceva venire i nervi. «Zitta vecchiaccia, parli solo per invidia.» Le rispondevo per le rime, sbucando da dietro l’edificio. Lei taceva e mi fissava con gli occhi azzurri, cielo di giugno, attorcigliando una ciocca bionda. Era capace di restare ferma per un sacco di tempo, ficcando lo sguardo ovunque ed io, che ero stupido come le galline, mi pisciavo addosso per l’emozione e alla gola saliva la voglia di toccarmi per sentirmi uomo almeno nelle mutande. Ma non lo facevo. Avevo paura di passare per scemo. E poi Alice m’avrebbe preso in giro fino alla morte. Ci godeva a sfottermi a ogni occasione. Neanche se l’immaginava che avevo compiuto quattordici anni. Non ero più un bambino. Le conoscevo com’erano fatte le femmine e se avevo l’occasione giusta, una riuscivo pure a portamela al fiume. Allora ci saremmo spogliati, guardati e prima di permetterle un passo l’avrei presa. Le parole sarebbero diventati sospiri. Il mondo scomparso. Josh Anderson sarebbe stato degno figlio di suo padre, non un contadino qualunque. La sera arrivava tardi in quei tempi. Tutti impegnati a lavorare. Mamma s’affacciava dal portico, chiamandoci per nome anche più volte se non sentivamo. Alice si accucciava sulla scala e osservava la strada toccata dal tramonto. Arrivando a grandi passi la potevo vedere. Imbronciata. Ci provavo a sostenere la sua faccia ma durava poco. Tempo di fare un gradino e sentivo il sangue sulle guance. Abbassavo la testa. La salutavo. «Ciao, Alice.» E poi entravo. «Ciao, Josh.» Ricambiava a mezza bocca ma la sua voce arrivava comunque. A tavola non si parlava. Ognuno stava concentrato a mangiare. Io ogni tanto le tiravo le molliche di pane e in cambio avevo appena una smorfia o una linguaccia se era il giorno buono. Il caldo era bello. Rendeva la vita semplice e la gente allegra perché se ne poteva stare all’aperto anche di notte, a studiare le stelle, a parlare d’amore, a sognare della città lontana. Magari proprio quella da dove arrivava la ragazza della California. Solo di questo periodo si finiva con il conoscere per davvero la vita. Ti s’infilava dritta nel naso, scendeva nel petto e il cuore batteva forte. A me una volta si fermò quasi quando la vidi. A pomeriggio presto in giro non c’era nessuno. Le cicale gracchiavano feroci. Stava al nostro pozzo. La schiena nuda assorbiva tutto il sole che le colava addosso, insieme al sudore. I capelli se li era tirati su. I vestiti, proprio tutti, stavano ammassati su un lato. Era la prima volta che mi trovavo davanti il sedere e il seno di una femmina. Si buttava l’acqua, reclinando un po’ indietro la testa, con gli occhi chiusi, scuotendola. I capezzoli le spuntavano fuori e lei stringeva i denti, scivolando con le mani ad accarezzarsi il ventre e in mezzo alle cosce. Mi eccitai subito, arrossendo. Volevo scappare, nascondermi da qualche parte per venire, immaginandola così come mi s’era impressa nella mente, ma le gambe tremavano talmente che non riuscii a muovere neanche un passo. «Oh cazzo…» Dissi solo questo, restando fermo. «Josh ma che fai? Vattene subito! Vattene!» Non realizzai subito la situazione. Mi resi conto delle sue parole qualche minuto dopo. Morsi il labbro superiore. Me la feci addosso un’altra volta. Alice corse ad accucciarsi dietro il pozzo. La pelle bianco latte si colorì di un rosso acceso. «Sei un porco! Girati! Non guardare!» Sobbalzai, voltandomi di spalle. «E…e tu? E tu che ti metti a lavare qui tutta nuda? Sei normale tu?» «Qua non ci viene mai nessuno a quest’ora! Sei malato Josh! Trovati una donna invece di spiare a me!» «Non ti stavo spiando cretina! Sono capitato qui per caso!» Respirai più volte cercando di calmarmi. Mi girava tutto. Lei corrugò le sopracciglia, infilandosi il prendisole bagnata come stava. «Se non mi lasci stare chiamo a tuo padre e poi vediamo se c’hai ancora il coraggio di girarmi intorno!» «Vaffanculo Alice! Chi ti guarda a te? Sei una vecchia!» Corsi via, stringendo i pugni come da bambino e resistendo alla tentazione di girarmi. La sentii allontanarsi, scalza. Il terreno arido avrebbe conservato le sue piccole orme. Quella notte il sonno non voleva arrivare. La ragazza della California mi tormentava. I suoi seni morbidi. Il sedere. Le braccia sottili. Erano una tortura per niente piacevole. Se avessi avuto la sua età, quegli stupidi tre anni che ci separavano, non mi sarei fatto tanti problemi e di sicuro lei ci sarebbe stata. Alle femmine piacevano i maschi che facevano la corte e se uno sapeva farci un pochino ti si davano senza neanche stare a pensare se era giusto oppure no. Un casino di gente c’era rimasta fregata ad andare nei boschi o sulla riva del fiume. Sospirai, passandomi le mani sulla faccia sudata. Io ci volevo fare l’amore con Alice. Se avessi potuto scegliere con chi perdere la verginità mi sarei buttato con lei. Mi sembrava la cosa più naturale del mondo farmi vedere nudo come i vermi e studiare da quegli occhi belli. Chi se ne frega se poi non mi voleva più vedere. Bisogna goderseli i momenti, senza riflettere troppo. Mi alzai. Dalla finestra aperta entrava una brezza leggera, fresca. Le tende si muovevano. Restai immobile accanto al letto a fissare il prato. Piano mi spogliai e a sentire il vento toccarmi le gambe sorrisi. Sembravano le dita di una ragazza. Bussarono. «Chi è?» Dissi stupito. A quell’ora tarda dormivano tutti. Infilai veloce le mutande e quasi caddi a terra per la fretta. «Alice. Posso entrare?» Rimasi a bocca aperta. «S…sì…sì…» D’istinto abbassai gli occhi. Stavolta non potevo pisciarmi sotto. Alice entrò in una camicia da notte corta. Le cosce si vedevano chiaramente e se facevo attenzione pure gli slip. Scossi la testa. Aveva ragione a dire che ero un porco. Scansai i capelli dalla fronte. Lei tacque per un po’, arrotolando una ciocca. Quando si decise a parlare, arrossì. «Josh…senti…ma tu mi trovi bella? Cioè…ora che mi hai vista, pensi che io sia bella?» Sgranai gli occhi. Una domanda così non me l’aspettavo proprio. «Ma…» Trassi un respiro profondo. Il cuore batteva che sembrava pazzo. «Certo che sei bella Alice. Bellissima. Gli uomini…gli uomini li farai diventare scemi. Proprio scemi.» Esitai. «Perché sei venuta a chiederlo proprio a me?» «Perché nessuno…beh…hai capito no?» «No che non ho capito.» «Sei proprio scemo Josh! Uno così tonto non l’ho mai incontrato!» «Ma che cacchio vuoi? Se tu parli mezza mezza io come faccio a capire? Non c’ho mica la sfera di cristallo!» Alice s’imbronciò. «Io non ci sono mai stata con un uomo, deficiente!» «Ah…era questo allora…» Borbottai distogliendo lo sguardo dal suo viso. «Alice tu piacerai di sicuro. Insomma…come potrebbero dirti di no?» La sentii sospirare e avvicinarsi a me. Adesso era a un palmo dal naso. Potevo sentirne l’odore di sabbia e salsedine. «E tu…che mi diresti?» «I…i…io?» «Sì…tu…» «I…i…io ti…ti direi di sì…» Ci fu silenzio dopo e un bacio sulle labbra che Alice mi stampò piano piano, sfiorandomi la guancia con una carezza. In quell’istante smisi di respirare. Non ricordo neanche cosa pensai. Forse perché in realtà il cervello se n’era andato in vacanza. Aprii la bocca e toccai la sua lingua con la mia. Lei non si scansò. Ed io non mi trattenni. La baciai maldestramente, immobile e incapace di muovermi. Avrei voluto che restassimo così per sempre ma Alice si scostò, indietreggiando di un passo. «Sai Josh…tu mi piaci…magari un giorno ci metteremo insieme…» Sorrise. «…Ma adesso no...io sono troppo vecchia per te e tu troppo piccolo per me!» Fui capace solo di scuotere la testa. «Domani parto. Ci rivediamo l’estate prossima?» Annuii imbambolato. «Notte Josh!» Uscì dalla stanza, chiudendo la porta dietro di sé e lasciando una scia che sapeva di giugno. Penso spesso a quel giorno. A quella sera estiva. Ogni tanto, quando torno dai miei a trovarli. La campagna è rimasta identica a stessa. Una macchia gialla mangiata dal sole. Il tempo sembra essersi fermato. Persino l’aria dà l’impressione di avere ancora dentro il suo profumo. Se chiudo gli occhi la posso vedere al pozzo, bagnata e bellissima. Un sogno estivo che non ho mai più rivisto dopo allora. Veniva da noi quando i suoi partivano per la crociera. Amici di vecchia data di mio padre. Dissero che l’avevano ammazzata. Un giorno, all’uscita da scuola, un ragazzo le sparò un colpo in pieno petto perché l’aveva lasciato ma a lui non era andata bene. Meritava di più di una morte così. Foto di sweetrevenger www.deviantart.com http://sweetrevenger.deviantart.com/ Licenza Creative Commons |
|
Venditori di storie
|
|
Scritto da Elys&Sylvie (di Melacecca)
|
|
 Andava camminando spedita, i muscoli delle gambe brune e forti evidenziati dai pantaloncini corti elasticizzati. Alta, lunghi capelli neri mossi, un enorme seno sodo, ingigantito da quella gravidanza al quinto mese che portava come se non ci fosse, fasciata in una maglietta rosa, scollata ben oltre l’attaccatura dei seni. Aveva vent’anni anni e non era la sua prima gravidanza. Il suo nome, Felicita la costringeva a vivere nel paradosso se solo avesse saputo cosa significava.Quella mattina era ancora molto presto, ma il sole era già alto mentre stava andando al Posto de saùde per farsi visitare. Non era felice e neanche contenta. Camminava velocemente perché c’era sempre da aspettare al Posto e non voleva arrivare per ultima. Da lontano vide la fila di donne con la pancia grossa come la sua in pantaloncini corti e magliette aderenti, questa era la moda di Cidade Nova. Ciabatte infradito colorate ai piedi e unghie accuratamente smaltate. Arrivò e si mise in coda, silenziosa. Era raro che parlasse con qualcuna. Non aveva amiche. Si diceva che fosse superba, che non desse troppa confidenza. La verità era che sentiva un misto di orgoglio e vergogna, un miscuglio che le aveva otturato i pori. Era orgogliosa del suo anello al dito, in poche ce l’avevano in quella fila. Felicita, a differenza di quasi tutte le sue amiche, era riuscita ad avere un matrimonio in chiesa e il ricevimento, non si era fatta mettere incinta da un ragazzino ubriaco durante una festa. Si era trovata un uomo che l’amava davvero e l’aveva voluta sposare. Josè, l’amava. La voleva. Forse quello che voleva da lei era solo che lei fosse sua, ecco, ma questo l’aveva capito molto tempo dopo quel bellissimo abito bianco e il ricevimento dove suo zio Luiz si era ingozzato di cibo fino a sentirsi male. Questo figlio che aveva in pancia era il terzo. Non l’aveva voluto ma non erano cose di cui parlava con Josè. Lui faceva quello che voleva mentre scopavano e lei non si lamentava certo perché avrebbe passato tutte le sue giornate a letto con lui, era per quello che l’aveva sposato. Il caldo si faceva sentire ora che erano quasi le otto e i raggi, inconsapevoli delle leggi della scienza, arrivavano già dritti su quella terra bianca polverizzata dal sole mescolata con gli escrementi dei cani. Ai lati della strada c’erano le grosse mangueras con i loro enormi frutti color arancio, buonissimi. Solo pochi anni prima lei, come tutti i ragazzini del quartiere, ci si arrampicava per staccare quello più maturo e mangiarlo insieme agli amici, seduti sullo sbreccio del marciapiede. Erano pochi anni ma a lei sembrava che una vita intera fosse passata da quando non doveva occuparsi che di sé stessa e della sua nonna adorata. Fra pochi minuti sarebbe arrivata la dottoressa ad aprire il Centro e così le donne in attesa avrebbero potuto aspettare sedute sulle seggiole della sala d’aspetto, invece che in piedi sotto il sole.Quella mattina lei non stava benissimo. C’era stata una specie di festa la notte precedente nella baracca dove viveva con i suoi figli e con quello che era suo marito davanti a Dio e alla Legge. Josè aveva invitato i suoi amici così lei aveva dovuto preparare fejao e farofa per tutti - ne aveva messa molta di farofa, era buona e riempiva lo stomaco -, e servire tutte le birre che avevano in casa, due casse. Ad un certo punto della serata, era già mezzanotte, avrebbe voluto dormire: era stanca, quella pancia iniziava a pesare ma andare a letto non poteva perché erano tutti in casa, con la musica alta: i rap delle gang di Sao Paulo, che piacevano molto a suo marito, e anche a lei.Poi Josè aveva tirato fuori un po’ di coca. Era quello il suo mestiere. Era quello il motivo per cui aveva molti amici. Se n’erano fatta un po’ tutti, e anche lei. Ne aveva presa poca, aveva paura per la creatura che aveva in pancia. Ma quando Josè si faceva un po’ di coca lei doveva fare altrettanto. Così, alla fine, Felicita aveva dormito poco, ma ci era abituata. C’erano feste tutte le settimane perché a Josè non piaceva la solitudine, diceva che iniziava a pensare alle cose brutte, alla morte e che, invece, quando aveva gli amici intorno e un po’ di coca era il re del mondo. Quella sera lei aveva veramente sonno, avrebbe voluto dirgli che voleva andare a letto ma aveva paura che lui le appiccicasse al viso uno di quegli schiaffi che ogni tanto le dava quando era nervoso, o quando lei faceva qualcosa di male. Così non gli aveva detto niente, aveva preferito farsi venire i piedi gonfi e dormire due ore. Quando era uscita di casa, quella mattina presto, aveva lasciato Josè sprofondato nel sonno nel loro letto nuziale, tanto prima del pomeriggio non si sarebbe svegliato e lei avrebbe fatto in tempo a farsi visitare dalla dottoressa e a tornare a casa per rimetterla in sesto prima che lui si svegliasse. Anche i bambini dormivano nel loro letto. Quando era uscita li aveva guardati, Alma di tre e Joao di due anni, sdraiati a pancia sotto, la loro posizione preferita. Sudati, con i riccioli appiccicati, li aveva baciati soffiando loro un po’ d’aria fresca in faccia. La stanza era un forno ma loro continuavano a dormire perché come sempre quando c’era baldoria a casa, lei aveva messo un po’ di papavero nel latte che ancora bevevano la sera, prima di addormentarsi. Era l’unico modo per farli dormire profondamente e per non far incazzare troppo suo marito per il loro pianto quando lui metteva lo stereo troppo alto. Mentre aspettava il suo turno seduta nel corridoio del Posto de Saùde, con tutti quei poster di donne incinta felici alle pareti, pensava, cioè, veramente sognava di andare via. Sognava di arrivare fino in fondo a quella strada dritta, fino al fiume. Chiedere un passaggio in barca al vecchio Ademiro, promettendogli di pagarlo al suo ritorno, e attraversare il fiume. Risalire l’argine e poi continuare a camminare, camminare per i viali vicino alla Cattedrale, camminare ancora sulla Rodoviaria che arrivava fino in fondo al Teatrao, dove era stata due volte in vita sua. Aveva voglia di camminare proprio là, dove non era mai stata, alla periferia sud della città e poi, magari continuare a camminare fino alla foresta e incamminarsi verso l’ interno, trovare un posto nascosto, un posto dove tornare bambina, dove le scimmie la proteggessero e la nutrissero e dove nessuno mai avrebbe potuto trovarla, se lei non avesse voluto. “La prossima.” Disse la dottoressa, affacciandosi appena dalla porta. Felicita vide che era il suo turno ed entrò. L’ unica cosa che aveva era quella pancia piena, la capacità di mettere al mondo degli esseri umani. Nessuno avrebbe potuto levargliela, mai. Il caldo era già quasi insopportabile per Marita, ed erano solo le otto. Aveva provato di tutto, ma non c’era scampo a quella temperatura e a quell’umidità. L’unico sollievo era il ventilatore a pale e le tre o quattro docce quotidiane.Aveva aperto il Posto de saùde puntuale e aveva trovato la solita fila di donne incinta ad aspettarla. In quel posto sembrava ci fossero solo donne incinta e bambini, era una cosa a cui non era abituata, da dove veniva lei non era così. Si era laureata a Milano, dopo la specializzazione in ginecologia aveva lavorato tre anni al Niguarda e poi aveva deciso di fare questa esperienza internazionale e così si era ritrovata in Brasile, ai confini col Perù in un luogo dove il rapporto medico abitante era ridicolo.Aveva acceso il condizionare, non avrebbe potuto visitare altrimenti. Si era messa il camice togliendosi jeans ché, entrambi non li poteva sopportare.Quel caldo le impappinava il cervello e generalmente la fatica maggiore che faceva era quella per chiarirsi le idee. Iniziava a stare meglio dopo le cinque del pomeriggio quando il sole era calato – all’equatore il sole che cala d’un botto e dopo le cinque e mezzo sembra che siano le undici di sera era un esperienza sconvolgente, anche dopo sei mesi che era lì. A Milano aveva un fidanzato, medico anche lui. Dopo la laurea le aveva chiesto di sposarlo - facciamo la specializzazione e ci sposiamo. Così facciamo un bambino non troppo da vecchi, le aveva detto. Ci pensava spesso a quel discorso, come ora, ad esempio mentre non si decideva a dire “avanti” alla prima della fila.
Vi consigliamo di visitare il blog dell’autrice dove potrete leggere altre belle storie: http://ilpaneconlerose.splinder.com Foto di Fermeggy http://www.flickr.com/photos/fermeggy/ Licenza Creative Commons |
|
Laura Costantini e Loredana Falcone. Una coppia di scrittrici. |
|
|
|
|
Venditori di storie
|
|
Scritto da Elys
|
|

Laura Costantini e Loredana Falcone scrivono insieme praticamente da sempre. Autrici prolifiche e poliedriche, si sono cimentate nel corso degli anni con le storie più diverse. Dal romanzo storico al noir. Le loro opere colpiscono per originalità, scorrevolezza e intensità nell’affrontare tematiche che toccano il cuore del lettore. Particolarmente attive anche a livello d’iniziative letterarie, attualmente su uno dei loro blog, Le storie di Lauraetlory (http://lestoriedilauraetlory.splinder.com), si stanno occupando di un concorso denominato Highlander, dove resterà un solo racconto vincitore, secondo la migliore tradizione dei duelli tra valevoli spadaccini di parole. Di seguito potete leggere Estenscion. Vincitore del concorso al Papyrus Cafè libreria – caffetteria di Roma, è stato stampato sulle tovagliette del locale. Foto di Bubuchia http://www.flickr.com/photos/bubuchia/ |
|
Venditori di storie
|
|
Scritto da Elys&Sylvie (di Laura C. e Loredana F.)
|
|
Della coda dall’incrocio della Laurentina con la Colombo fino a piazza dei Navigatori, a Luana non gliene frega niente. Qualcuno si agita a sinistra della smart, alle sue spalle un motociclista suona come un forsennato chiedendo strada, ma lei lo ignora e tira fuori il beauty. E’ una scheggia a passarsi l’eye-liner, aiutandosi con lo specchietto retrovisore sversato. Poi è la volta del gloss. Il tatuaggio permanente sulle labbra è fatto a regola d’arte, proprio come quello delle sopracciglia. Melissa è una grande, cercano tutti lei al centro estetico.Il traffico si muove di qualche metro. Il motociclista rompicoglioni riesce a passare e la manda affanculo. Luana si limita ad alzagli il medio. Ha in mano il pennello del fard e simula un sorriso per evidenziare gli zigomi. Non è ancora ora di gonfiarli, ma prima dei trenta le tocca sicuro, lo dice anche Melissa. Il resto è a posto. Dalla punta degli stivali a quella delle tip con il french di strass. L’unica nota dolente sono i capelli. Il colore le piace: un bel nero carico, naturale. Ma sono pochi, senza volume. Li lava ogni sera, per eliminare il puzzo di fritto dopo otto ore da banchista di pizzeria. E ogni mattina li piastra, perché la frangia, perfettamente a metà pupilla, sia impeccabile. Li vorrebbe diversi, Luana, lunghissimi, da squaw. Proprio come quelli della stronzetta che tutte le mattine cerca di imbrattarle il parabrezza immacolato della smart.Non le concede neanche l’apertura del finestrino per rifiutare la solita colata di schiuma densa e grigiastra. “T’ho detto de no, cretina!”, la apostrofa lasciando la frizione e dandole un colpetto col cofano. La zingarella, avrà dodici anni, la segue con lo sguardo cattivo ma Luana ha già la testa altrove.
Pizzamania a viale Angelico è un punto di ritrovo per tutti quelli che lavorano alle produzioni televisive. La Rai è a due passi e Luana, dall’una alle due, serve tranci di margherita a programmisti, montatori e operatori di ripresa. Un’ora di lavoro massacrante, ma lei la aspetta con ansia, perché è il suo momento di gloria. Sono gente abituata a lavorare con strafiche come la Arcuri o la Canalis, eppure non mancano mai di farle un complimento. Niente a che vedere con gli apprezzamenti che riceve al Laurentino 38. Questa è gente di un certo tono, che ti dice come sei carina, anche se pensa quanto sei bbona. E poi c’è Luigi. Lui è un figo vero. Parcheggia l’Honda sul marciapiede, si ravviva i capelli e con un sorriso che la stende ogni volta chiede il solito trancio tonno, cipolla e peperoni. Il sor Pietro ha capito l’antifona e la prende sempre in giro. “Io te vorei vedè a fatte bacià dopo quer trancio de pizza!” “La cipolla cotta non puzza”, ribatte. Quando sta al lavoro, Luana ce la mette tutta a parlare giusto. Il dialetto va bene per i bori del Laurentino 38, mica per la gente di Prati. Luigi, che la guarda tutto il tempo, finita la pizza e la birra fila via. E’ evidente che vorrebbe attaccare bottone, ma c’è qualcosa che non lo convince. Luana sa cos’è: i capelli. Uno come lui lo nota che c’ha quattro peli in testa. Sarebbe tutto diverso se potesse mettere le estenscion. Ma perfino Melissa, che è un’amica, le ha chiesto una cifra assurda. Luana non c’ha dormito. Ormai è evidente che la situazione con Luigi non si sblocca. Sorrisi, strizzate d’occhio, poi sgasa su viale Angelico e sparisce. Così non può andare avanti. E’ cotta, deve dargli una scossa, stupirlo. L’idea arriva all’improvviso mentre è in piedi davanti allo specchio, indecisa sul pinocchietto a vita bassa, oppure gli shorts coi leggins a rete. Esce di casa cinque minuti prima per essere sicura di metterla in atto. Stavolta la solita coda sulla Colombo le pesa. Ha fretta. Non si passa neanche l’eye-liner. Tiziano Ferro canta Perdono quando Luana guadagna il semaforo. La stronzetta c’è e la riconosce. Non accenna neanche ad avvicinarsi con la spugna. Luana abbassa il volume, tira giù il finestrino e la chiama. “Te li voi guadagnà cento euri?” La zingarella la guarda sospettosa. Esita, ma l’esca è invitante. “Allora?” Succede il finimondo quando, incurante della fila alle sue spalle, Luana accende i lampallarm e scende dalla smart. In mano ha un paio di forbici.Le dicono di tutto mentre cercano di districarsi, ma lei ha un compito da svolgere. Toccare i capelli della zingara le fa parecchio schifo. Le passa gli elastici. “Bassa la coda, me raccomando, mica te do cento euri pe’ quattro peli.” Le forbici quasi non ce la fanno a tagliare quel cordone di capelli neri, lucidi e pesanti. Chiude il trofeo in un sacchetto di plastica e risale in macchina. Luana ha dovuto aspettare quattro giorni per sentire il peso dei capelli della zingara sulle spalle. Adesso sono una cascata nera e lucente sotto la cuffietta bianca da banchista. E’ mezzogiorno e venti e non sta più nella pelle. Smaltisce sei teglie di pizza prima di riconoscere il rombo della moto. Questa è la volta buona, si sente irresistibile. Il sor Pietro le passa la funghi appena sfornata. E’ attraverso il vapore che vede Luigi. Ha già tolto il casco e ravviato i capelli ma stavolta il sorriso non è per lei. Entrano in due. “Ciao Luana, ce li fai due tranci bresaola e rughetta?” Glieli fa. Si muove come un automa. Luigi non se ne accorge, accarezza la zazzeretta bionda della ragazza e le bisbiglia qualcosa nell’orecchio. Ridono. Che cazzo c’hanno da ride? pensa Luana, cento euro in meno in saccoccia e mezzo chilo di capelli di zingara in testa. E alla stronzetta gli ricrescono pure! Foto di Auro http://www.flickr.com/photos/auro |
|
Venditori di storie
|
|
Scritto da Elys
|
|

Milvia riesce ad entrarti dentro con la sua scrittura. Le sue storie non sono mai semplici “storie”. Sono vite appese sul finto inchiostro del PC. Tessute intorno al cuore e regalate al mondo per stordirlo d’emozioni e sentimenti. Sono menta e miele. Sono pioggia e sole. Sono cielo grigio e campagna inondata di neve. Le sue parole sanno narrare le inquietudini dell’animo umano, sondarlo in ogni singola sfaccettatura, anche quando fa male venire a contatto con certe realtà. Anche quando la pagina t’inghiotte e tu vorresti uscirne perché senti quella gente affondare le mani nel fondo più segreto del tuo cuore. Leggerla è sentire il battito del mondo. Il suo blog lo trovate a questo indirizzo: http://rossiorizzonti.splinder.com Di seguito, invece, potete leggere un suo racconto breve: E una sera se ne è andata. Foto di Auro http://www.flickr.com/photos/auro/ |
|
E una sera se ne è andata |
|
|
|
|
Venditori di storie
|
|
Scritto da Elys&Sylvie (di Milvia)
|
|
E così, una sera, se n’è andata. Senza dirmi niente. Che se me lo avesse detto, io…Si è alzata da tavola, ha preso il suo piatto, la forchetta, il coltello, il bicchiere e si è diretta in cucina. Poi ho sentito scorrere l’acqua nel lavello. E poi il click dello sportello della lavastoviglie. È ritornata, si è fermata un attimo dietro di me. Ho appoggiato il giornale sul tavolo e mi sono girato. Mi ha guardato con quel mezzo sorriso che mette su quando sta per dirmi qualcosa di spiacevole. Come che devo parlare di più, che non devo leggere quando mangiamo, che non sono premuroso. Che sarebbe ora che la legalizzassimo, ‘sta unione. Che lei mi ama e io no, non l’amo. Quelle rotture di palle lì, insomma. Mi sono preparato a non ascoltarla. Ma lei non ha detto niente. È uscita dalla stanza, e dopo un secondo, tum, la porta di casa che si chiudeva. Ho pensato che andasse di sopra dalla Giulia. A volte capita che quando torno a casa tardi lei sia di sopra. Una notte, saranno state le due -un pokerino più lungo del previsto- ci siamo incontrati giusto sulla porta. Lei non me lo ha detto, ma si capiva che aveva pianto. Ma mica le ho chiesto niente. Le donne, se cominci a fargli troppe domande, ti affogano di parole. Siamo andati a dormire, e l’ho anche scopata. Me lo ricordo perché non mi ha voluto dare neanche un bacio, e non era da lei. Scostava la faccia tutte le volte che mi avvicinavo. Dopo mi sono girato e non le ho detto nemmeno buonanotte. Poi alla mattina, niente. Tutto come al solito. Caffé a letto, bacino, tesoro qui, amore là. Le donne, valle a capire…Come quella Giulia di sopra: sposata con un caporeparto della Rossi & Campini, non le mancava niente, macchina, vacanze al mare tutto agosto, lui le aveva preso anche Sky, perchè lei va matta per i film, beh, lo ha lasciato. Un bel giorno gli ha detto di smammare. Sembra che lui avesse una storia con la ragazza delle spedizioni. E allora? Che sarà mai… Noi uomini, si sa, qualche avventura ce la dobbiamo pure concedere… Per quanto io, mai. Non l’ho mai tradita, all’Adriana. E non le ho mai fatto mancare niente. Per me tenevo poco, sono uno che non ha esigenze. Le carte, sì, quelle mi piacciono. Ma mi limito. Non ho mai perso più di duecentomila lire, cento euro, insomma. E quando ho vinto, sempre, ma sempre, un regalino per lei. L’ultimo, il profumo. Sta sul cassettone, adesso. Mi vergogno a dirlo, ma ogni tanto svito il tappo e ci ficco dentro il naso. Quando tre anni fa l’ho conosciuta alla festa di Nando della cooperativa, ho sentito il suo profumo, prima di vederla. Poi la risata. E dopo me la sono trovata davanti, e giuro, ho sentito un pum pum al cuore, o forse era lo stomaco. Bella. Una roba incredibile. Di donne belle ne avevo avute, ma lei… Era una luce, ecco. C’era come una lampadina a mille watt e lei ci stava dentro. Una massa di capelli biondi, un corpicino che…Così le ho detto che buon profumo e lei è la prima sera che lo metto. E io devo averle detto una cosa scema come è perché sapevi che mi avresti incontrato. È cominciata così. Dopo due mesi siamo andati a convivere. Avevo già quarant’anni, io. Le mie abitudini, gli amici, le carte, le partite di calcio viste al bar, la squadra di calcetto. E lei ha cominciato a rompere. E diceva che la trascuravo, che non parlavo, che non ero carino con lei, diceva. Ma dopo otto ore di fabbrica, un’ora di autobus per tornare a casa, cosa voleva che le dicessi. Non l’ho mai capita questa cosa del parlare. Il mio amore glielo dimostravo in un altro modo. A letto, sì. È questo che fa un’unione. Al resto non ci credo, tutte stronzate. Lei prima di me aveva avuto una storia importante che l’aveva fatta stare molto male. ‘Sto tizio era uno sposato, si vedevano poco, niente domeniche, niente feste comandate, niente vacanze. E lei a dirmi che mettendosi con me aveva sperato che fosse diverso. Ma io la domenica devo seguire i ragazzi della squadra di calcetto. E fare tanti spostamenti, poi, non mi piace. Non mi piace il mare, non mi piace la montagna. Non mi piace mettermi in macchina e girare come uno scemo, stare fermo in colonna sotto il sole, sbattermi per trovare un ristorante. Sto bene qui. In casa mia e con i miei amici. Tutt’ al più a Natale arrivo al paese di mia madre. Ottanta chilometri. E neanche quello a lei andava bene. Voleva che mia madre venisse da noi, per Natale. Voleva addobbare tutta la casa, biribim biribam, e l’albero, e le candele e i pacchetti. Ma mia madre ha l’età che ha, mica può cominciare a girare per il mondo…Poi a lei piace avermi lì in casa sua, in quei giorni. Povera donna… Quando le ho detto che l’Adriana mi ha…che l’Adriana se ne è andata, ha tirato su un sospiro. Come di sollievo, mi è sembrato. Mi ha chiesto qualcosa, se sapevo dove fosse andata. Poi non ne abbiamo più parlato. Di poche parole anche lei, come me. Adesso me ne vado a dormire. Certo che la casa è silenziosa. E poi mi sembra che ci sia anche meno luce. Deve essere l’Enel, alti e bassi di tensione. Mah… Domani altre otto ore. E poi il pokerino. Però, se devo dire la verità, vorrei proprio sapere perché se ne è andata. Che se me lo avesse detto, io…
Foto di Auro http://www.flickr.com/photos/auro/ |
|
Venditori di storie
|
|
Scritto da Elys&Sylvie
|
|
 La scrittura di Dario D’Angelo scivola sulla pagina in maniera semplice ed elegante. T’arriva subito al cuore senza aver bisogno di seconde o terze letture. A lui piace raccontare la vita. L’anima della gente. Le loro mille sfaccettature. Il suo blog dall’emblematico titolo, Solo testo, è un compendio delle sue creazioni che vanno da racconti, a stravaganti storie di condomini (interessanti anche per la scelta linguistica della narrazione) e riflessioni su aspetti del quotidiano, su questioni d’interesse nazionale. Se volete visitare il suo mondo cliccate qui: http://dariodangelo.blogspot.com/ Non ne resterete delusi! Foto di Elys www.flickr.com/photos/elys_sun |
|
Venditori di storie
|
|
Scritto da Elys&Sylvie (Autore: Dario D'Angelo)
|
|
Ci ritrovavamo spesso d'estate a pranzo da mia nonna. Si giocava, si mangiava, si diventava grandi. Lei, minuta ed in nero come ogni donna-icona siciliana, ci accoglieva con i suoi capelli bianchi raccolti sulla nuca e gli intingoli a cuocere sulla vecchia cucina a legna. Pochissime volte sono riuscito a veder libere quelle chiome: erano lunghissime e folte. Magnifiche. Amo pensare che quello spettacolo sia stato il suo regalo allo sposo, nelle notti d'amore. La sera, per chi di noi restava, c'era il "cuttigghiu". Ci si raccontava la vita dei vicini o degli avi sperando nel frattempo (anche quella sera, anche quella volta) in una leggera brezza di vento. A volte le storie si ripetevano uguali, altre si rincorrevano in versioni sempre nuove, alcune volte tacevano. Era già la fine di Settembre ed io non potevo aspettare oltre. Le chiesi, con noncuranza, di quella finestra sempre chiusa al primo piano, indicandola con il dito. Faceva parte di un vecchio palazzo che sorgeva di fronte casa sua. Davanti ad esso un piccolo giardino. Un nespolo, aranci, ma soprattutto un banano; i suoi frutti erano piccoli e deliziosi (sarà il ricordo, o l'età, ma non credo d'aver mangiato mai cosa più gustosa). Il verone che dava su quel giardino era sempre vuoto ma ciononostante l'abitazione non pareva abbandonata. Era stata quest'ultima considerazione a far nascere la mia curiosità. "È la casa della pazza." Rispose lei abbandonando, solo per un attimo, il lavoro ad uncinetto. Non mi bastava e lei davanti alla mia faccia dubitante sembrò rendersene conto. "Lì abita la famiglia Xxxx, il padre è un avvocato ed hanno, anzi avevano, un'unica figlia: Clotilde. Era bellissima e intelligente anche. Le suore, mi aveva raccontato un giorno suo padre, erano state costrette a farla studiare da sola per consentirle così di apprendere cose nuove (talmente evidente era la differenza con le altre alunne) e quando era entrata all'università subito aveva stupito tutti per le sue capacità. Un giorno, purtroppo, le malelingue iniziarono a raccontare in giro di un amore tra lei e un professore sessantenne e i genitori si precipitarono ad impedirle ogni cosa, fino a non permetterle più neanche di continuare gli studi. Lei sembrava aver accettato tutto. La scorgevo seduta a quella finestra; sempre intenta a leggere, senza pause, senza svaghi. Erano passati circa otto mesi dall'inizio della sua clausura quando accadde l'irreparabile. Era appena sonata la sesta, la gente iniziava a ritirarsi a casa dal mercato del lunedì. Io aspettavo qui davanti il nonno per andare a prendere l'acqua alla fontana e non lasciar sole le tue zie. La vidi alzarsi dalla sedia, bloccare, con quella, le imposte dall'esterno e, affacciandosi al balcone, iniziare a spogliarsi lentamente, come se aspettasse quella gente che, puntualmente, si radunò davanti al giardino. Sentivo le voci dei suoi genitori chiederle di aprire, urlarle di smettere, ma lei proseguì in silenzio fin quando non fu completamente nuda. Aveva un corpo splendido. Da sotto, dopo i primi lazzi, non era giunto più alcun rumore, la folla pareva pregare muta una madonna. A spezzare quel momento fu il rumore dei vetri infranti, il cedere degli scuri, le urla della madre, la misera forza del padre che, senza alcuna resistenza, la ricondusse alle proprie stanze. Ecco, questa è la storia di quella casa, ed ora, che hai da chiedermi?". Rimasi in silenzio, poi volli chiederle se qualcuno l'avesse più rivista.Improvvisamente si rabbuiò come se solo allora si fosse resa conto di aver evocato un fantasma. "Tuo nonno... credo". Si fermò, poi iniziò a parlare d'altro con le zie e mia madre, come se quella risposta fosse stata sufficiente a saziarmi. "Nonna! Nonna!" urlai. Dieci occhi scuri si fissarono su di me. "Nonna – continuai - ma... allora?". Sulle sue labbra una strana smorfia simile ad un sorriso: "Perchè?" stranamente mi domandò. Non sapevo cosa risponderle. " Mamma sei stata tu ad incuriosirlo - disse, spiccia, Zia Mela - vuoi che gli parli io di quell'incontro?". Mi sembrò che ridesse. La nonna si alzò senza rimbeccarla, come era invece solita fare. " Vado a prendere dell'acqua fresca" disse, ma già la zia aveva iniziato un nuovo racconto.
Foto di Bubuchia http://www.flickr.com/photos/bubuchia |
|
Venditori di storie
|
|
Scritto da Elys&Sylvie
|
|
 Stefania Lusetti è nata a Busto Arsizio (VA) il 30 Settembre 1967. Si è diplomata Perito Aziendale e Corrispondente in Lingue Estere presso l’Istituto Maggiolini di Parabiago e ora é impiegata commerciale. Vive a Buscate (MI) con il marito Vincenzo e il figlio Riccardo.Lettrice “disordinata” (legge di tutto senza preferenze particolari), amante dei musical, maniacale collezionista di fotografie scattate durante i suoi viaggi e grande appassionata di storia contemporanea americana (da qualche anno ha aperto un sito internet sulla vita politica di John Fitzgerld Kennedy e la sua famiglia). Ha riscoperto solo in tempi recenti la passione per la scrittura (in prevalenza racconti).Ha vinto il primo premio del Concorso Letterario San Mauro di Buscate nel 2003 con il racconto “Villa Fiorita” Nel 2004 ha partecipato al Concorso Nazionale Arezzo Wave con “Storia di un delitto quasi perfetto” con incipit di Carlo Lucarelli, superando la prima selezione effettuata dalla redazione (selezione di 193 racconti su 740).Nel Marzo 2008 ha pubblicato, con Edizioni Creativa, il primo romanzo breve “La settima invitata” (Collana Declinato al Femminile) con prefazione di Maria Giovanna Luini.Da qualche mese ha aperto il blog Parole e Immagini.Siti internet: http://stefanialusetti.blogspot.com/
|
|
Venditori di storie
|
|
Scritto da Elys&Sylvie (autrice: Stefania Lusetti)
|
|
Era seduto accanto a me, silenzioso come sempre. Non guardava la strada di fronte a noi, ma dallo specchietto retrovisore laterale osservava ciò che stava lasciando. Mancavano una decina di chilometri: una manciata di minuti che avrebbe trasformato la mia vita, quella di Gloria e di mio padre, ma non ero più sicuro fosse veramente la cosa giusta da fare. Lungo la strada cominciai ad incontrare cartelli indicatori con la scritta “Casa di Riposo Villa Fiorita” e li odiai. Lui, invece, sembrava ignorarli. Cominciai a rallentare e finalmente gli parlai. «Come stai? Vuoi che ci fermiamo da qualche parte?» Non rispose: si limitò a girare la testa dalla mia parte e sorridermi in quel modo disarmante che sanno fare soltanto i bambini e gli anziani.Capii che voleva fermarsi e rimandare di qualche minuto l’inizio di quella nuova e ultima vita.Fermai l’auto davanti ad una pasticceria e lo aiutai a scendere. «Ora facciamo una bella colazione. Ci prendiamo un paio di cappuccini, delle paste e al diavolo tutte le diete». I suoi occhi si illuminarono: bastava così poco per renderlo felice! Ci sedemmo a un tavolino in fondo al locale, nell’angolo più tranquillo ed appartato, lontano, soprattutto, dal popolo degli impiegati scesi dai loro uffici per la pausa di metà mattina. «Cosa prendi? Va bene il cappuccio?» Annuì con la testa. «Da quanto tempo non facciamo più colazione insieme? Da tanto, vero?» Non mi rispose: era troppo impegnato ad osservare il barman mentre preparava la nostra colazione. Qualche attimo dopo ci portarono quanto ordinato. Io non toccai nulla: quel giorno il mio stomaco si rifiutava di accettare qualsiasi tipo di cibo. Mio padre, invece, mangiò le sue paste e bevve il suo cappuccino con tranquillità. Sembrava sereno, rilassato, attento soltanto a ciò che stava mangiando. Continuai ad osservarlo ricordando l’ultima frase che avevo pronunciato: quel “da quanto tempo non facciamo più colazione insieme”. Cercai di ricordare quando era stata l’ultima volta che avevo diviso con mio padre quel particolare momento della giornata e, per quanto mi sforzassi, non mi venne in mente nulla. Non servì neppure ritornare con la mente ai giorni della mia infanzia: lui, infatti, lavorava di notte e l’unico giorno di riposo della settimana che aveva lo trascorreva per lo più a dormire. Quando smise di lavorare, io avevo già lasciato la casa da anni per andare a vivere con Gloria. Ricordavo mio padre a pranzo, a cena e nella sua costante abitudine della camomilla prima di coricarsi, ma mi mancava la sua immagine a colazione. Cercai di catturare ogni suo movimento: quel modo di versare lo zucchero, avvicinare la tazza alla bocca, asciugarsi le labbra con il tovagliolo, addentare la pasta velocemente per evitare che la crema lo sporcasse e quel modo di guardarmi dolce e sorridente.In quel momento presi la mia decisione. Pagammo ed uscimmo dal locale. Lo aiutai a salire in auto e dopo aver avviato il motore tentai un’inversione.In quel momento sentii la mano di mio padre sul mio braccio, mi voltai e vidi il suo volto sereno. Mi parlò. «Andiamo. Non perdiamo tempo. Vieni a trovarmi tutte le settimane. Ti aspetto ogni domenica per la colazione». Riprendemmo il nostro viaggio seguendo l’indicazione del cartello stradale “Casa di Riposo Villa Fiorita”.
Foto di Auro http://www.flickr.com/photos/auro |
|
Venditori di storie
|
|
Scritto da Elys&Sylvie
|
|
 Lorenzo Colonna nasce a Santarcangelo di Romagna nel 1974 e vive a San Mauro Pascoli, in provincia di Forlì-Cesena. Studia al liceo artistico e successivamente al D.A.M.S. di Bologna che abbandona per dedicarsi alla professione di consulente informatico. Da sempre appassionato di scrittura, ha preso parte al corso organizzato da Carlo Lucarelli nel settembre 2003 a San Marino e ha partecipato a diversi concorsi di scrittura tra cui il "Mystfest 2003" e il "Giallo Wave 2004". Ha pubblicato, tramite la Seneca Edizioni di Torino, il suo primo romanzo dal titolo "L'ultima alba" e, successivamente, ha deciso di pubblicare gratuitamente tutto ciò che scrive sul suo blog http://radioarialibera.ath.cx Di seguito potete leggere il suo racconto, Quando cala il sole. |
|
Venditori di storie
|
|
Scritto da Elys&Sylvie (autore Lorenzo Colonna)
|
|
Mi è capitato di osservare il tramonto sulla mia città oggi. C'era ancora un bel sole quando mi sono seduto sotto un albero sulla collina che sovrasta la zona in cui vivo e gli edifici ancora mantenevano il loro metallico aspetto lavorativo di ogni giorno. La sera tardava ad arrivare e non vi era nulla da fare se non aspettare e gustarsi i sapori, i rumori e le vite delle persone che respiravano sotto di me, lungo le vie poco oltre la fine dell'erba. C'era una sottile brezza, quel piacevole caldo primaverile che accarezzava la pelle in un dolce abbraccio e mi circondava rendendomi sicuro e privo di ogni paura. Quella sensazione non durò molto ma fu intensa, senza alcun dubbio. La luce iniziò a calare in quella stanza chiamata Terra e i colori azzurri del cielo sfuggirono oltre l'orizzonte cercando di inseguire il caldo colore del sole mentre anch'esso scappava al di là delle montagne. Arancioni, viola, rossi intensi era tutto ciò che il mio sguardo poteva osservare mentre si fondevano insieme creando spettacolari effetti visivi grazie all'aiuto delle nuvole, rade ma incredibilmente formose, che dominavano il mondo dall'alto. Poi qualcuno spense l'interruttore e scese il buio e finalmente la città prese vita. I palazzi, freddi e tristi, diventarono grossi alberi di natale scintillanti carichi di decorazioni. Al di sotto di essi, piccole formiche con le ruote circolavano lungo autostrade magnificamente illuminate. Sono spettacoli che bisogna ricordare. Un essere divino gettò del nero di seppia sulla volta celeste ma le stelle, lucenti come diamanti, non si fecero nascondere ed emanarono con tutta la forza di cui disponevano il loro allegro bagliore. Qualcuno sicuramente in questo momento, laggiù da qualche parte, avrà alzato la testa al cielo e avrà osservato questo teatro eterno come l'ho fatto io oggi e non credo vi sia emozione più bella da regalare al proprio sguardo fatta eccezione, ovviamente, per gli occhi di una donna. È incredibile osservare come una città rinasce di notte. È come guardare un campo di grano pieno di lucciole che brillano in continuazione. Le luci si accendevano e si spegnevano sotto di me come in uno strano gioco a cui volevo tanto partecipare ma che, come giudice, ero costretto a osservare con imparzialità. La sera lasciò poi spazio alla notte e il freddo tocco del vento iniziò a sfiorarmi. Forse era arrivato il momento di stringersi il soprabito attorno al corpo ma non lo feci. Avrei voluto assaporare ogni cosa che quello spettacolo poteva offrire, comprese quelle meno piacevoli ma poi capii che durante la notte le emozioni calano celate dall'oblio del sonno e il mondo sparisce inghiottito nei sogni delle persone. Forse, era necessario unirsi a loro.
Foto di Auro http://www.flickr.com/photos/auro |
|
Da "Corale dell'attesa" di G. Manfridi |
|
|
|
|
Venditori di storie
|
|
Scritto da Elys&Sylvie (autore: Giuseppe Manfridi)
|
|
(Incipit) Vi è un interregno assolutamente ovunque e assolutamente sempre che imbastisce attese tra i fatti del mondo così nel mare tra goccia e goccia così nel vento tra i refoli che lo intessono come pure tra un’ala e il suo palpito vi è un interregno tra un suono e il silenzio che sussegue tra l’atomo che preme e l’atomo premuto tra un ramo e i suoi flabelli vi è un interregno tra un secondo e l’altro vi è un interregno tra ogni cosa e ogni cosa addirittura tra ogni cosa e se stessa vi è un interregno tra la palpebra aperta e la socchiusa tra ciglio e ciglio tra la pupilla e il raggio che ne filtra vi è un interregno ovunque sempre e nulla ne è esentato vi è finanche un interregno tra un capo e l’altro dell’indistinguibile pulviscolo che neanche l’occhio ammette e addirittura un interregno vive tra il gesto fatto e il gesto in fieri, eppure dove l’uno cessi e dove già l’altro sia non c’è parola che possa stabilirlo ma un interregno c’è vi è un interregno che fa di questo e questo un questo e un quello con ciò sia cosa che nulla vi è che non sia distinto mille volte dal resto e mille in se stesso vi è un interregno tra padre e figlio tra generazione e generazione tra la scintilla e il tizzo tra la morsa e il manico tra la lama e il taglio tra il bacio e il contagio tra la carezza e la spinta tra il feto e il ventre vi è un interregno tra il succhio che ispira e il fiato espirato vi è un interregno tra l’accasciarsi della notte e la penombra smossa un interregno cova nel pelo felino che allisciato si screzia nella fessura dell’uscio in cui si annuncia l’aurora vi è un interregno nell’appena passato e nel tra poco che arriva nel proprio qui nel proprio ora e nel qualunque presente di chiunque. Un interregno è superattesa dell’attimo che finalmente fermo si ostenti e dica: “Ora sì Tutto è in Me. Pace Pace Pace Tutto è in Pace dentro di Me Tutto è stasi dunque è Pace dunque è in me” Ma così non è, poiché ancora non è. Due punti e lo si sappia: ciò che avviene poiché avviene mai può essere fermo né di sé soddisfatto ciò che avviene avviene perché avvenga ciò che avverrà. Punto |
|
Venditori di storie
|
|
Scritto da Elys&Sylvie
|
|
 Venditori di storie presenta una bravissima scrittrice, Sabrina Campolongo, che gentilmente ci ha concesso la possibilità di pubblicare sulle nostre pagine un suo breve racconto. Cercare di condensare in poche righe quello che rappresenta la “penna” di quest’autrice non è facile. Le sue parole scivolano via con semplicità. Intense e delicate come una canzone d’amore abbracciata dal suono di un pianoforte. È poesia e non poesia. Prosa e non prosa. È vita appesa tra le pieghe di un foglio bianco, testardamente densa d’emozioni vere. I suoi testi mettono a nudo l’anima umana, svelano i retroscena di cuori in tumulto e regalano al lettore la possibilità di riflettere. Di sentire il respiro del mondo.Di seguito potete leggere una sua breve biografia. Sabrina Campolongo è nata nel 1974 nel milanese. Finalista, nel 2000 del premio Alberto Tedeschi (giallo Mondadori). Nel 2005 uno dei suoi racconti è apparso sulla Writer’s Magasine Italia, edita da Delosbooks e un altro ha vinto il concorso letterario Ore contate ed è stato pubblicato sulla relativa antologia, curata da Ibis edizioni. A marzo 2007 pubblica, con Di Salvo Editore, il volume di racconti Balene Bianche. A giugno 2007 il suo racconto Il dolce dei fichi viene pubblicato all’interno dell’antologia CONCEPT – Gusto edita da ARPAnet. A dicembre 2007, con lo stesso editore pubblica il racconto Profumo, inserito nell’omonimo CONCEPT. A gennaio 2008 pubblica il romanzo Il cerchio imperfetto per la collana Declinato al femminile di Creativa edizioni. Molti racconti sparsi nel web. Nel suo blog personale: balenebianche.splinder.com e in altri siti e blog, tra cui Arteinsieme, Books and other sorrows, La poesia e lo spirito, e Nazione Indiana. Collabora alla rivista letteraria Historica con una rubrica di recensioni letterarie.Cura, con le scrittrici Francesca Mazzucato e Barbara Gozzi, Declinato al femminile (web magazine di Scrittura, Arte e Pensieri). Illustrazione di Rossella Deiana. |
|
Venditori di storie
|
|
Scritto da Elys&Sylvie (autrice Sabrina Campolongo)
|
|
É arrivata questa mattina.La tua grafia la riconoscerei tra un milione. È lì, sul tavolo della cucina, accanto alla ciotola blu di ceramica smaltata. La ciotola blu che la settimana scorsa era piena di arance. Le hai guardate, ricordi, fermo sulla porta e hai detto: ─ Che belle! Solo questo. Non hai aggiunto altro. Forse perché hai capito che mi si era stretto un nodo alla gola. Forse perché sapevi che stavo pensando “chi mi parlerà del colore delle arance tra qualche mese, chi noterà come squilla contro il blu della ciotola, tra poco, poco, poco…” Adesso la ciotola è vuota.Non ho comprato arance, ieri. Le poche rimaste erano diventate molli e opache. Le ho buttate via. Non erano più belle, le arance. Sei uscito, la mattina di lunedì, hai detto “Vado a fare due passi”, hai imbucato quella lettera, dove? Nella cassetta davanti alla posta, immagino. Non avevamo francobolli in casa, e la posta è più vicina della tabaccheria. Più vicina, sì, ma è comunque un bel pezzo di strada, e le tue gambe non ti permettevano più di camminare molto. Dovevi essere stanco, sulla via del ritorno. Forse ti sei seduto da qualche parte, a riposare. Forse hai pensato a quella lettera che mi avevi spedito. Forse ti sei pentito di averlo già fatto. Forse hai pensato che il ragazzetto con il motorino non arriva mai da noi prima delle dodici e mezza. Che magari avresti potuto metterti a sedere sotto il portico, verso quell’ora, questa settimana. Che avresti potuto farti consegnare direttamente la posta. – Lascia, Matteo (non lo so se si chiama così, ma sono sicura che tu lo sapevi, vi ho visti chiacchierare, a volte, quando ti trovava fuori a zappettare o a trapiantare nell’orto, tu sì, sicuramente lo sapevi il nome del ragazzetto che porta la posta), dà pure a me. Tutto bene? Come è andata domenica, in campo? Avete vinto, sì? Hai segnato? Forse, seduto sulla panchina dei giardini davanti al comune, o su un muretto lungo la strada, a riprendere fiato, ti sei detto che avresti potuto ritirarla tu, quella lettera, e piegarla in due, e mettertela in tasca e non darmela mai. Era una bella giornata, lunedì. Una giornata sorprendentemente tiepida, non sembrava nemmeno febbraio. Una promessa. Forse hai pensato che avresti potuto godere di un’altra primavera, che le tue ossa avrebbero retto abbastanza da concederti qualche altra passeggiata. Che ti avrebbero concesso di star seduto fuori al sole, mentre io trapiantavo nella bordura davanti al portico le violette che ho seminato nella serra. Forse ti è venuta voglia di vivere, di vivere ancora un po’, qualche altro mese, anche soltanto per prendermi in giro anche quest’anno, per dirmi che sono matta. ─ Quante sono Emilia? Quante ne dovrai metter giù questa volta? ─ Uff! Quante storie. Chiedo forse a te di piantarle? ─ Parola mia, quest’anno devono essere almeno ottanta! E ridevi. La stessa risata di quando mi trovavi a tirar fuori i bulbi, dopo la fioritura. ─ Fossero patate, almeno si potrebbero mettere al forno, no? Forse ti sei messo a ridere, da solo sulla panchina, pensando alla mia faccia quando vengo fuori dalla serra reggendo le mie cassettine piene di bulbi di tulipani, di narcisi, di giacinti, alla fine dell’autunno, prima delle gelate. Quando tu mi guardi dal portico, con una tazza di caffé fumante in mano e non dici niente. Mi guardi con quel mezzo sorriso e io faccio finta di non saperlo, con le mie cassette tra le braccia e tu, sempre in silenzio, mi guardi e sorridi finché non ti mando al diavolo e mi scoppia la ridarella. Ti vedo che ridi da solo, lunedì. Cosa hai pensato, invece, che ti ha fatto rimettere in marcia? Che ti ha fatto passare in mezzo agli ulivi, quando sei arrivato in vista della nostra casa, che ti ha fatto andare dritto al capanno? Che ti ha fatto tirare fuori quella corda robusta che a me sembra di non avere mai visto prima, che mi è sembrata così nuova, quando me l’hanno fatta vedere. Cos’è che ti ha fatto pensare che avevi il diritto di andartene via così, senza chiedere, dopo quasi quarant’anni? Cos’è che hai immaginato, cos’è che hai visto, che ti ha fatto desiderare di lasciarmi proprio lunedì? Un lunedì radioso, un lunedì di febbraio che sembrava aprile. E cosa dovrei fare io adesso, con questa lettera sul tavolo? Davanti a questa ciotola blu orfana di arance, seduta al tavolo dove abbiamo cenato assieme per quasi quarant’anni? Dove sta, nelle mie dita, la forza per aprirla? É arrivata che era quasi l’una meno un quarto. Il ragazzo mi ha vista fuori, seduta sotto al portico sulla tua poltrona, e me l’ha portata. Ha spento il motorino, è sceso, si è levato il casco e mi ha portato la tua lettera. E mentre io restavo impietrita a fissare il mio nome vergato nella tua bella grafia – ma lui non poteva saperlo che era la tua – lui mi parlava, a bassa voce. ─ Mi è dispiaciuto per suo marito, signora Ravelli. Le faccio le mie condoglianze. Era uno davvero in gamba, il signor Piero. In gamba, ha detto, sì. Sapeva anche il tuo nome. Io per lui sono la signora Ravelli, ma tu eri il signor Piero. E ora cosa mi hai scritto, prima di andartene, signor Piero? Piero mio, cosa mi hai scritto, dentro questa lettera che non trovo il coraggio di aprire? E il sole è già tramontato. Per poter leggere dovrei accendere la luce. L’ho accesa, ma ancora non ce la faccio. Brutto testone, come diavolo ti è venuto in mente di mandarmi una lettera, il giorno che ti sei ammazzato? Strappo la busta. Dentro c’è un foglio soltanto, bianco, sottile, rubato alla mia carta da lettera. Lo apro. In mezzo, hai scritto una riga appena. Quante saranno Emilia? Parola mia, quest’anno devono essere almeno cento! Foto di Auro http://www.flickr.com/photos/auro |
|
Venditori di storie
|
|
Scritto da Elys&Sylvie
|
|
 Venditori di storie è il posto dove ognuno è libero di esprimere la propria creatività. Dove è possibile pubblicare il proprio scritto, racconto o poesia che sia e magari per i più “temerari” anche romanzi a puntate (un tempo erano chiamati romanzi d’appendice). Dove i sogni si concretizzano nelle parole, ideali tessere dell’anima. Pensieri sparsi. Desideri nascosti. Scegliete, selezionate e inviateci i vostri lavori. Saremo ben lieti di dare spazio su queste pagine ai più meritevoli. A chi ci cattura svincolando la mente dalle catene di un’ossessiva quotidianità. Questo mese conosciamo e pubblichiamo un racconto di Franco. Franco l’abbiamo conosciuto per caso attraverso i blog. Ricordo che spedì un’e-mail e che a conclusione di essa vi erano incisi i versi di una sua poesia. Sono bastati quelli per innamorarci della sua penna. Condensare in poche righe le emozioni non è cosa facile, soprattutto di questi tempi, dove sembra che la parola abbia smarrito il suo reale senso. Quel valore capace di renderla speciale e unica. Lui riesce a dipingere storie con la medesima dolce intensità di una lirica. Di se stesso racconta: «I miei anni mi consentono di essere ancora libero di sognare e per questo amo viaggiare nel tempo e nello spazio. La poesia è la musica delle parole. Leggere e scrivere sono gli strumenti che uso, io ci metto solo la fantasia, sperando di non dispiacere sopratutto a chi mi legge». Chi volesse visitare il suo spazio web, questo è l’indirizzo: http://uskaralis07.splinder.com L’illustrazione è di Rossella Deiana. |
|
Venditori di storie
|
|
Scritto da Elys&Sylvie (autore Franco)
|
|
Era un bambino normale, avanti con gli studi, paraplegico. Sin dall’età di otto anni, l’indebolimento degli arti inferiori lo aveva condizionato nei rapporti con l’esterno. Non poteva muoversi in fretta, non svelto, perdeva la presa sul terreno e, giocando, non riusciva ad arrivare sulla palla. Anche negli altri giochi era sempre destinato a soccombere. «Ultimo...sei sempre Ultimo». Il maligno stare bene degli altri, amici e compagni di gioco, espresso così a parole, lo feriva...ma solo per l’impotenza di non potere. Dentro si diceva : ”Un giorno sarò diverso” Il suo non stare bene si aggravò. Mano a mano gli arti rispondevano di meno. Quelli superiori gli dolevano e non erano sempre pronti. Cominciò così a sforzarsi di muoverli, esercitandosi di più con quelli che avevano più libero il movimento. Viveva comunque intensamente ogni attimo al di là dei ritmi quotidiani imposti dal “trend” domestico,dalle cure e dall’ assistenza continua di cui era fatto oggetto. Così a dieci anni... a dodici... a quindici. Poi l’incontro con la farfalla. Delfo lontana. Le Acropoli sempre più piccole non gli erano più di sostegno né i nuovi libri pieni di magia stellare. Cercava l’acrobata, fisicamente. Nel volo asincrono,imprevedibile di una piccola farfalla dalle macchie nero grigie trovò quello cui da sempre, dentro di sé aveva pensato. Quasi a sentirne i fremiti. I rumori infinitesimi di quel frenetico battere e ribattere di ali lo stordivano, alternandosi a nuovi lampi di luce. Sedici anni... Gli arti ormai privi di tono muscolare,si muovevano solo sotto gli impulsi di speciali attenzioni visive. Impercettibilmente lui era fermo, o almeno lo sembrava. Non si sarebbe potuto notare nemmeno il guizzare veloce di un tendine o il contrarsi acuto di un nervo, se non fissandolo attentamente nel fondo degli occhi. Diventava ogni giorno più attento al minimo tremolio, alla più piccola variazione di luce...e di colore. I colori lo appassionavano in modo magnetico,attirandolo in un percorso visivo senza fine. Ormai sillabava a stento. Indicando col battere delle palpebre le lettere luminose che gli venivano mostrate, chiese un giorno al giovane tutore che lo assisteva, per la prima volta, di portarlo in un museo, al planetario. Fu accontentato. Nulla doveva essergli negato. Quale incredibile noia! Colori e strutture erano fermi, non i movimenti cercati. Solo un respiro di luci da certe vetrate attirò il suo sguardo e mentre con l’occhio, teso a seguire chi gli era intorno, cercava di distinguere il falso dal vero, la piccola incredibile farfalla, dalle macchie nero grigie, cominciò una frenetica danza davanti al suo viso. Impassibile, ordinò di essere portato fuori all’aperto. Fu assecondato e lasciato solo. Nulla doveva turbarlo, non doveva essere contrariato. Stranamente appena uscito non realizzò l’intensa luce e il va e vieni, anche frenetico, dei visitatori. L’occhio di Eu-Genio si era perso alla ricerca precisa di vibrazioni,di movimenti e palpiti,di colori diversi. Sempre, quel forte, asincrono e autentico rumore delle piccole ali,era lì...a descrivergli l’altro mondo cercato. Per un attimo fu in dubbio di non potercela fare. Si sentiva stordito. La grande forza che ora lo animava, sembrava andare e venire con onde sempre più alte. Si sentiva lacerato e strappato in ogni piccola parte... Le sue cellule impazzite danzavano, i nervi guizzavano, tutto dentro di lui aumentava si allargava con un grande senso di caldo. Ancora vedeva la farfalla:ora nera,ora bianca,ora grigia, in controluce. Piano, piano il suo pulsare interno entrava in armonia con quei movimenti così difficili a seguire. “Che musica immensa“ pensò Eu-Genio finalmente felice. E, senza sforzo, si librò verso la luce nel tramonto. Quando il tutore,stupito,vide il corpo reclino sulla sedia, senza più vita,smarrito,volse lo sguardo intorno come per un aiuto,ma fu distratto da una grande ombra che, in movimento,pareva oscurare il sole,come una fantastica, immensa, farfalla. Allora spingendo la sedia, dolcemente, per non turbarlo ancora,avvicinò Eu-Genio alla nera limousine in attesa. Una piccola farfalla bianca, macchiata di grigio e di nero, danzava intorno nell’aria di un tardo pomeriggio d’estate. |
|
|
|
Galleria |
|
Avvertenza:
Le immagini pubblicate su questo sito sono copyright delle case editrici, degli autori e delle agenzie che ne detengono i diritti. Pertanto la loro pubblicazione totale o parziale non intende violare alcun copyright e non avviene a scopo di lucro. Qualora i rispettivi Autori si sentano lesi nei propri diritti, sono pregati di contattarci e in seguito provvederemo a rimuovere il materiale in questione. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001
Le immagini pubblicate nella gallery sono proprietà dei rispettivi autori, di conseguenza ne è vietata qualsiasi tipo di riproduzione totale o parziale. L'illustrazione del girasole e le altre pubblicate sulle colonne laterali sono di proprietà di Simona Sanfilippo. Il logo del sito è di Alessandra Castagni.
|
Newsletter |
|
Iscrivetevi alla nostra newsletter per ricevere tutti gli aggiornamenti del nostro sito!
|
|