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“È sabato mi hai lasciato e sono bellissimo” è l’opera prima di Emanuele Pettener, nuovo volto della narrativa italiana. Edita da Corbo Editore, in breve tempo ha avuto una nuova ristampa. Autore di vari racconti, pubblicati sia in Italia che in America, Emanuele Pettener è docente di italiano alla Florida Atlantic University e si divide tra quest’ultima e Mestre, la sua città natale. È abilissimo nel plasmare le parole e a piegarle a una realtà che ha i contorni del classico e degli antichi maestri della lingua. Autore anche di un volume su John Fante ("Nel nome del padre, del figlio, e dell'umorismo", Franco Cesati Editore), Emanuele, dalla mente poliedrica, parla al mondo attraverso un romanzo di formazione in cui ogni generazione può riconoscersi. Noi di “GoodMorning” abbiamo deciso di svelare i pensieri, le idee e i progetti del creatore dell’opera, per scoprire da dove è scaturita tanta passione per la scrittura. GoodMorning: Raccontaci prima di tutto qual è stata la scintilla che ha dato vita a “È sabato mi hai lasciato e sono bellissimo” e perché un titolo così impegnativo. Decisione personale o pura invenzione editoriale per attrarre i lettori? Emanuele Pettener: Il titolo deve attrarre i lettori. E ancor prima gli editori. È nato spontaneo come una bolla di sapone, ma dubito sempre della mia spontaneità - sicché sospetto che Sabato abbia a che fare con l’argomento principe del romanzo, la giovinezza (Il sabato del villaggio, La febbre del sabato sera) Mi hai lasciato col fatto che è una storia di addii (addio al primo amore, addio all’amicizia, addio alla giovinezza stessa) mentre Bellissimo è un aggettivo bellissimo, che riempie i polmoni e infonde ottimismo, coraggio e leggerezza. Ovviamente la parte fondamentale del titolo è la congiunzione e, che oltre a provocare un brivido imprevisto di allegria, in quanto la logica vorrebbe un ma, sembra sottintendere che la vittoria (e sono bellissimo) sia sullo stesso piano e non antitetica alla sconfitta (mi hai lasciato) e che ogni morte abbia in sé il seme della rinascita. GM: Il tuo romanzo racconta la giovinezza con humor e ironia ma allo stesso tempo si fa carico di una realtà a volte drammatica senza toccare però corde smielate o troppo profonde. Hai voluto ritrarre una generazione ormai estinta o narri una generazione recente in cui è facile specchiarsi? EM: Interessante la scelta dei tuoi aggettivi. Sono piuttosto convinto che un ventenne miceneo del 1233 a.c, un ventenne longobardo del 490 d.c. e un qualsiasi ventenne globalizzato del 2009 abbiano tratti in comune: l’aspirazione alla gloria e l’angoscia di non sapere come raggiungerla, per esempio. Oltre, naturalmente, alla voracità erotica. Lo humor nasce proprio dal fatto che io vent’anni non li ho più – l’umorismo è quella scintilla che scocca dall’incontro fra inconsapevolezza dei protagonisti che vivono al presente e coscienza dell’autore che li osserva dal futuro. L’umorismo ci è dato dal filtro della memoria e della riflessione – per questo è così difficile vivere umoristicamente! Scrivere umoristicamente, invece, dovrebbe essere un dovere (Milan Kundera dice che non esiste arte del romanzo senza humor). Non parlerei tuttavia di ironia: l’ironia è una forza che rischia d’essere giudicante, moralista, poiché chi l’adopera suppone di conoscere la verità, pur affermando il contrario di ciò che intende. Della verità a un romanziere importa poco, la indaga, certo, ma per il piacere di indagarla e rivelarne le inafferrabili (e colorate) sfaccettature, per il gusto di rappresentare la meravigliosa stupidità della vita, coi suoi richiami, ritorni, e paradossi. GM: Quanto della tua vita personale si riflette nel libro e nel carattere di Emanuele (protagonista del romanzo)? EM: Mi sono ispirato al me stesso ventenne - la mia rabbia, i miei desideri, le mie fragilità. Perché quei sentimenti mi erano utili per raccontare quella che mi sembrava una storia stuzzicante – non solo per me - perciò è stato comodo ritrovarseli in casa, nella memoria, (comunque sovrana ingannatrice) che avevo di me ventenne. Quei sentimenti li ho intensificati o attenuati, per rendere il racconto più efficace possibile, ovvero per divertire me stesso e gli amici eventuali, ipotetici, immaginari, che avessero voluto ascoltarmi attorno al fuoco. Storytelling: è l’unica cosa che m’interessa, non ho peccati da confessare al mondo, consigli morali da dispensare, concetti politici da dimostrare. Quindi Emanuele si è mosso secondo la storia che intendevo raccontare e secondo il mondo che gli ho costruito attorno: ovvero, entrambi – Emanuele&Emanuele – se ne sono infischiati al 100% della realtà dei miei personali vent’anni, ammesso che ne avessero coscienza e memoria. Se del resto avessi permesso alla mia vanità di insinuarsi nei miei piani, sarebbe stato un bel guaio: temo che non avrei fatto fare ad Emanuele cose così stupide, non lo avrei reso così impacciato, così ottuso in certe situazioni, così volgare in altre. Ma a me serviva in questo modo e s’è dovuto adeguare. Il fatto che alcuni identifichino me col personaggio non riesce a toccarmi, non avverto il bisogno di far distinzioni - ed è un loro diritto, del resto. GM: Pubblicare è diventato un’impresa da titani. Molti scrittori esordienti vanno alla ricerca, per anni, di una casa editrice disposta a pubblicare la propria opera con vani risultati. Per te il percorso verso la pubblicazione è stato in salita o hai trovato un facile riscontro? EM: Ma non sono forse le imprese da titani quelle che vale la pena affrontare? Peraltro, mi risulta che pubblicare sia una fatica immane non solo per gli imberbi ma anche per scrittori dai curriculum eccezionali che però non garantiscono all’editore un guadagno tale da giustificare l’investimento sul loro prossimo romanzo. Vero è che alcuni scrittori, che vendono poche migliaia se non centinaia di copie, continuano a trovare grandi editori disposti a puntare sul loro nuovo capolavoro: Mistero della Fede. Il mio percorso di pubblicazione è stata una passeggiata (che mi auguro ancora lunga) attraverso il deserto dei primi silenzi e dei no prestampati, il miraggio di certi quasi-sì che si son rivelati no (i momenti più duri) l’oasi dell’accettazione del primo racconto sulla rivista più scalcinata del West (il momento più bello in assoluto, meglio di tutto ciò che è venuto dopo) il boschetto fiorito dei primi racconti accettati da riviste americane e del primo saggio pagato, finché – sempre con intervalli in cui dovevo fermarmi perché mi facevano male i piedi ed ero stanco delle intemperie – a un certo punto ho fiutato nell’aria che il mare era vicino, che accanto ai transatlantici c’era una barchetta anche per me. Ce n’erano due, addirittura, due piccoli ma seri editori pronti a investire sulla mia storia: ho fatto la mia scelta e sono partito. GM: Molti critici snobbano gli scrittori moderni considerando la loro scrittura priva di tecnica e di pathos. Secondo te è vero che spesso si accantona la tecnica per il contenuto? EM: Immagino che per moderni, intendi contemporanei e viventi. Non so chi siano i critici a cui ti riferisci. Io da una parte apprezzo sempre la presenza di una trama, che resta l’aspetto più complesso – a livello di ideazione e architettura – in un’opera romanzesca, e apprezzo coloro che sanno identificare un pubblico e raccontargli una storia, a prescindere da ogni discorso artistico: dai maestri del complotto alle deliziose e diaboliche signore della narrativa rosa ai vituperati bestselleristi Americani o nostrani. D’altra parte, mi stupisco quando vedo noncuranza nella forma, quando avverto che non c’è alcuna esigenza estetica: il piacere che mi procura una storia raccontata in modo cronachistico o farraginoso è un piacere di bassa lega, usa e getta, è un piacere tascabile, da viaggio in treno di seconda classe da Roma a Milano, o in economica da Miami a Boston. Sia chiaro, ben vengano questi piaceri: abbiamo bisogno d’essere intrattenuti, abbiamo bisogno di non annoiarci. Però è raro che questi libri, pur divertendoci e distraendoci dalla noia quotidiana, riescano a confortarci da un dolore o a intensificare una gioia: perché è questo che si trova nei grandi romanzi, è un piacere superiore, che tocca le nostre corde più inesplorate. GM: Quali sono, secondo te, gli scrittori contemporanei che possono fare da maestri agli esordienti? EM: Tutti, moderni e antichi, preferibilmente morti, per evitarci la loro ingombrante presenza fisica. Ognuno deve avere in mente cosa vuole scrivere e per quale pubblico – sia esso te stesso o il mondo intero. Dopodiché si guarda attorno e comincia a saccheggiare, copiare, imitare, persino imparare. Bisogna capire i segreti, l’ingrediente misterioso dell’intingolo, intuire la miscela che sta dietro tanta potenza, sporcarsi le mani – nel sugo o nel motore. Bisogna leggere i modelli al punto da avvelenarsi, e avvelenarsi al punto da rimanere immuni. Evidentemente esiste anche una possibilità opposta: che siano i maestri a scegliere noi e non noi i maestri. Che la vita, col suo simulato senso del caso, ci metta sul cammino quel libro proprio in quel momento, determinando per sempre quelle che noi crediamo essere le nostre scelte – di stile, di contenuti – future. GM: Sei nato a Mestre ma vivi a Boca Raton, nel sud della Florida. Un salto geografico e culturale davvero vertiginoso. Quanto ti ha cambiato questa opportunità di vivere appieno due realtà tanto diverse? Quanto questo ha condizionato la tua scrittura? EM: Passo due terzi dell’anno ai Tropici coi piedini nell’oceano e un terzo nella mia rugginosa, giovane e maltrattata città a girellare in giro in cerca di madeleines. Vivo una vita immaginaria: quando sono a Mestre sogno Boca, quando sono a Boca sogno Mestre. GM: La Florida ha attirato molti scrittori, come Marjorie Kinnan Rawlings, Ernest Hemingway, e Tennessee Williams. Ti senti un privilegiato o un cercatore di opportunità? EM: Mi sento molto bene, fondamentalmente. GM: Ci sono degli esordienti che scrivono un unico libro e poi si fermano, hai mai messo in conto una possibilità del genere? Sei già pronto per una nuova avventura letteraria o vuoi goderti il successo di “È sabato mi hai lasciato e sono bellissimo”? EM: “Successo”? Quando me ne starò in videoconferenza coi miei 12 agenti sbocconcellando caviale in vasca da bagno come Joan Collins in Dynasty – allora, forse, mi soffermerò a riflettere su quanto relativa sia la parola “successo”. Dopodiché , è vero, il Sabato – bravo ragazzo - se la sta cavando benino, un po’ sfrontato nella sua convinzione d’essere più sexy di molti bellimbusti che lo circondano. Nel frattempo sto attraversando mattine molto gradevoli ad architettare addirittura due storie, piene di trucchetti e magie, una ambientata in Florida, l’altra a Venezia. GM: “È sabato mi hai lasciato e sono bellissimo” è arrivato alla seconda ristampa. Oltre al valore letterario dell’opera, pensi che una buona pubblicità possa aver influito nella riuscita del libro? EM: Il valore letterario di solito lo decide il signor Tempo, con un riprovevole ritardo di almeno un paio di secoli. Scrivere una storia divertente, qualsiasi sia il senso che diamo a divertente, è la condizione senza la quale qualsiasi pubblicità, credo, diventa inutile. Certi colossali crack hollywoodiani lo dimostrano. Dopodiché , la pubblicità è fondamentale. Il Sabato ha avuto la fortuna, fin’ora, di guadagnarsi paroline davvero dolci da giornali quali Alias, Il Mattino di Napoli, Max, e farsi persino una capatina in RAI e su Canale Italia. Ma altrettanto importante è stata la voce dei giornali locali o delle radio universitarie o di chiunque, singolarmente, abbia voluto spendere, anche solo oralmente, una buona parola per il Sabato. In particolare, sono molto grato ai miei nuovi e vecchi amici su Facebook. GM: Quali cambiamenti ha portato alla tua vita la pubblicazione del tuo romanzo? Ti sei sentito violato, in qualche modo, nel porgerti agli altri attraverso il velo che separa te e il protagonista del tuo romanzo? EM: Nessuna violazione. Ho molti amici in più. Con qualcuno ci perderemo, lo so, ma sono convinto che altri resteranno, e ci godremo il panorama assieme. Le foto ci sono state concesse dall’autore. Tutti i diritti riservati.
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